Questo governo è ormai una bad company

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di Vittorio Pezzuto

È una costante della politica: un governo è bollito quando trascorre il tempo a parlare di se stesso, a insistere con voce querula sulla sua compattezza, a promettere quotidianamente una rapida e salvifica azione di rilancio. Parcheggiato da settimane al capolinea, questo esecutivo delle ristrette intese (un monocolore Pd affiancato dall’inconsistenza politica di Ncd e Scelta Civica) trasmette ormai un senso di impotenza che ben rappresenta il declino del Paese.

Ambiguità di fondo
Matteo Renzi è al tempo stesso artefice e vittima di questo logoramento. Per settimane intere ha alternato punzecchiature sferzanti a formidabili bordate contro Enrico Letta e una squadra slabbrata e stanca che sta stancando anche i suoi residui sostenitori. Il suo schema appare chiaro: trasformare questo governo in una sorta di bad company sulla quale scaricare le inefficienze del sistema, puntando tutto sulla scommessa di una campagna elettorale che possa accreditarlo come l’elemento “nuovo” e dinamico della politica, distinto e distante da quanti l’hanno preceduto. Un gioco scoperto e pericoloso, nel quale rischia di finire intrappolato. Lo stallo di palazzo Chigi ha finito infatti per appannare innanzitutto l’immagine del suo Pd, al cui interno ribollono i sentimenti di revanche di quanti non hanno mai amato i modi spicci del Rottamatore. Sono lontani i tempi in cui, dopo aver perso le primarie contro Pier Luigi Bersani (sconfitta peraltro ammessa con una franchezza inusuale), era riuscito a suscitare simpatie in fasce di elettorato che la sinistra non ha mai raggiunto e che erano state sedotte dalla sua battaglia riformatrice. Paradossalmente, la sua successiva ascesa alla segreteria del partito (a coronamento di una battaglia meno coraggiosa, più identitaria e per certi versi ambigua, come sul tema delle alleanze) gli ha alienato sia i consensi di quell’opinione pubblica che ormai vede in lui soltanto il nuovo segretario del Pd, sia di quei compagni di partito che lo hanno accettato a denti stretti come una necessità (hai detto mai che con lui si possa davvero invertire la vocazione alla sconfitta?) e che ora attendono pazienti e ingolositi il suo primo passo falso. Certo, a Renzi va per il momento riconosciuto il coraggio di aver intessuto un’alleanza strategica sulle riforme con l’unico interlocutore possibile: quel Silvio Berlusconi che troppi (e troppo presto) avevano dato per definitivamente liquidato. Ma anche questo passaggio appare viziato da un’ambiguità di fondo. Se infatti la bozza di riforma elettorale è stata presentata nei dettagli e incardinata con solerzia, non altrettanto si può dire per l’altra gamba che sorregge l’accordo: quella delle riforme costituzionali. Manca tuttora un testo condiviso di riforma della natura e delle funzioni del Senato e per quanto riguarda la modifica del titolo V della Costituzione siamo addirittura fermi alla mera enunciazione di principio. Un’asimmetria evidente che autorizza in molti il sospetto che quel che conta sia soltanto l’approvazione dell’Italicum, strumento indispensabile per un immediato ritorno alle urne.

L’avvertimento al Colle
Nel frattempo si procede a strappi. Sempre più nervosi, i poteri economici si chiedono se il governo Letta possa ancora tutelare appieno i loro interessi. Cosicché dai loro giornali mandano avvertimenti sempre più pressanti: l’altro ieri con una violentissima quanto improvvisa campagna demolitoria del presidente dell’Inps (che questo bravo ma ingordo commis d’Etat detenesse in contemporanea decine di incarichi era noto a tutti da anni); ieri dando amplissima risonanza a retroscena che hanno considerevolmente ammaccato il prestigio di Re Giorgio, solitario sponsor del governo Letta. Le due ore di colloquio tra Renzi e Napolitano dimostrano che il Colle ha ben compreso l’avvertimento ricevuto a mezzo stampa. E il democristiano scatto d’orgoglio di Letta, che ieri annunciava il tutto per tutto con toni quasi mistici («La Provvidenza agirà sul destino mio e del governo»), appare insufficiente a fermare il count-down che potrebbe portarci a una staffetta alla guida di Palazzo Chigi. Un’ipotesi che rassicurerebbe l’establishment economico e che sotto sotto non dispiacerebbe nemmeno alla rancorosa minoranza del Pd. A puntare i piedi è però il diretto interessato, giovane ambizioso ma non fesso. Troppe volte ha spiegato di voler diventare premier solo all’indomani di un’investitura popolare. E troppo sa di aver da perdere con un’operazione di Palazzo che evoca lo storico suicidio politico di Massimo D’Alema. Le sirene del potere e dell’ambizione possono però essere irresistibili e solo i prossimi giorni ci diranno quanto saranno stati stretti i nodi che legano Renzi all’albero maestro della coerenza e dei buoni propositi.