Ravenna, sei medici indagati: scontro sulla detenzione nei Centri rimpatri, tra autonomia clinica e circolari ministeriali

A Ravenna sei medici sotto inchiesta per le certificazioni sui Cpr: la frattura tra sicurezza e diritto alla salute arriva in corsia.

Ravenna, sei medici indagati: scontro sulla detenzione nei Centri rimpatri, tra autonomia clinica e circolari ministeriali

L’alba del 12 febbraio 2026 entra nel reparto di Malattie Infettive dell’ospedale “Santa Maria delle Croci” di Ravenna insieme alla Squadra Mobile. Computer portati via, cartelle cliniche acquisite, telefoni sequestrati. Sei dirigenti medici finiscono indagati per falso ideologico in atto pubblico. L’accusa: certificazioni costruite su patologie inesistenti o gonfiate per bloccare il trasferimento di cittadini stranieri nei Cpr. Il riferimento è l’articolo 479 del codice penale. Il reparto resta sotto pressione per un’intera giornata e la corsia diventa terreno di contesa istituzionale, con pazienti in cura e attività clinica interrotta dalla logica del sequestro.

Un reparto sotto perquisizione, sei medici sotto accusa

L’indagine prende avvio da un controllo su strada: un cittadino irregolare, già valutato a Ravenna, era stato dichiarato inidoneo alla vita in comunità ristretta, fermando di fatto la procedura di trattenimento. Da quel singolo episodio la Procura ipotizza una prassi estesa, fino a delineare un presunto modus operandi: certificazioni “di comodo” per sottrarre persone al circuito dei rimpatri.

Il punto giuridico è scivoloso. Per il falso ideologico serve il dolo, quindi una volontà cosciente di attestare il falso, oltre l’errore clinico. La difesa, sostenuta da ordini professionali e società scientifiche, ribatte con una distinzione netta: la certificazione di idoneità o inidoneità al Cpr è un giudizio prognostico complesso, legato al rischio di peggioramento in un contesto detentivo, quindi una valutazione tecnica che vive dentro il perimetro di scienza e coscienza. Sullo sfondo stanno l’articolo 32 della Costituzione e gli obblighi del Codice di deontologia medica sulle certificazioni e sulla tutela dei soggetti fragili.

I sindacati parlano di effetto intimidatorio e di rischio di medicina difensiva: certificare idoneità per evitare guai giudiziari, trasferendo il costo del timore sul corpo del paziente. Una torsione che pesa in modo particolare in un reparto di infettivologia, dove i protocolli e la serenità operativa sono parte della cura.

La circolare Piantedosi e la guerra sulla discrezionalità clinica

Il contesto temporale spiega la miccia. Il 20 gennaio 2026 il Ministero dell’Interno firma una circolare su “interventi strategici” per il contrasto all’immigrazione irregolare: la visita di idoneità può completarsi entro 24 ore dall’ingresso nel centro; la tossicodipendenza perde il carattere di esclusione automatica, con gestione demandata ai SerD tramite convenzioni; il trattenimento “senza indugio” diventa priorità. Fino a quel momento la direttiva Lamorgese (19 maggio 2022) teneva la visita come filtro preventivo stringente. Il cambio di paradigma stringe i medici tra celerità amministrativa e prudenza clinica.

A gennaio 2026 arriva anche un elemento sovranazionale destinato a pesare nelle aule: l’evidence brief dell’OMS/WHO, “Health in immigration detention”, che definisce la detenzione amministrativa intrinsecamente patogena, segnala aumento di autolesionismo e ideazione suicidaria, PTSD, ansia e depressione e descrive i luoghi di trattenimento come incubatori per rischi infettivi. Su quella base la SIMM lancia l’appello “La cura non è un reato”, coordinato dall’infettivologo Nicola Cocco, con adesioni di organizzazioni umanitarie e associazioni scientifiche e giuridiche.

La politica sceglie il megafono. Il 13 febbraio 2026 il vicepremier Matteo Salvini scrive e dichiara: «Gravissimo. Se fosse confermato, sarebbe una vergogna da licenziamento, da radiazione e da arresto». Sul fronte ordinistico, il presidente FNOMCeO Filippo Anelli mette un paletto: «Il controllo della sicurezza lasciamolo alle Forze dell’Ordine: ai medici affidiamo la cura delle persone». In Regione, Michele de Pascale denuncia una filiera che scarica contraddizioni e fallimenti operativi su chi lavora in prima linea. Il 17 febbraio un flash mob davanti al “Santa Maria delle Croci” porta in strada camici bianchi e cittadini: la frattura diventa pubblica.

Ravenna, adesso, vale più dei sei avvisi di garanzia. Dentro quell’inchiesta si misura la tenuta dell’autonomia clinica quando la certificazione sanitaria diventa ostacolo per l’apparato dei rimpatri. Se passa l’idea che il giudizio medico, fondato su evidenze e deontologia, possa trasformarsi in reato per incompatibilità con un obiettivo di sicurezza, la corsia smette di essere un luogo di cura e diventa un ufficio di frontiera.