Reddito di cittadinanza, ci cade pure Forza Italia. Il buco nero del lavoro tra illusioni e spot elettorali

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Forza Italia abbandona la vocazione liberale per proporre, tramite l’asse Berlusconi-Brunetta, misure assistenziali molto vicine al reddito di cittadinanza. Sono pronte le slide da presentare ad Arcore: lavoro garantito per tre mesi con seguente diritto all’indennità di disoccupazione e banco alimentare per la distribuzione ai meno abbienti. Un copia-incolla di grillina memoria che si regge sulla retorica della disuguaglianza in un Paese dove il 10% dei più ricchi possiede il 50% delle risorse. Brunetta parla di 10 miliardi necessari per finanziare l’operazione, che sarebbero facilmente reperibili spostando le risorse con attenzione settoriale. Basti pensare all’incidenza odierna delle spese per i programmi assistenziali sul bilancio annuale: si va dai 12 ai 13 miliardi di euro tra ammortizzatori e trasferimenti diretti. Si apre la partita delle scelta delle priorità: un approccio generalizzato quale quello del reddito di base, per quanto fattibile, presenta il conto non indifferente dei problemi che lascia irrisolti.

Nuove forme di povertà – Ma come stanno realmente le cose, questo reddito di cittadinanza è davvero la strada per uscire da un’emergenza senza fine soprattutto per le giovani generazioni? L’evidenza che emerge dall’analisi dei Big Data sul Welfare conferma un’inversione di tendenza rispetto al tradizionale approccio reddito-centrico della povertà. Gli studi più attuali enfatizzano come questa non nasca dalla mera assenza di reddito ma da un connubio di fattori sfavorevoli e di assenze di servizi che generano emarginazione. Nei Paesi europei che adottano il reddito di cittadinanza o forme simili, la chiave per generare forme assistenziali virtuose consiste nella comprensione delle diverse forme di povertà e nella conseguente differenziazione delle strategie. Così si è capito che la forma più diffusa di povertà è quella transitoria o saltuaria, che non esige misure di finanziamenti a pioggia ma incentivi su misura per le diverse categorie. Al centro dell’agenda ci sono percorsi di formazione specifica, accesso al credito agevolato e sgravi fiscali per i periodi di reddito più basso nonchè programmi di sensibilizzazione al risparmio, alla pianificazione delle spese e all’investimento nei periodi di reddito maggiore. Per quanto riguarda invece la forma di povertà costante questa scaturisce da disuguaglianze sociali, dipendenze dal alcol e droga, discriminazione e mancanza di specializzazione. In questi casi anche chi adotta la strategia tanto cara ai Cinque Stelle ha chiaro che il reddito da solo non basta, perchè non implica un re-inserimento sociale in un’ottica di sviluppo a lungo-termine.

Approcci nuovi – La lezione che se ne ricava è che si possono dare tutti i soldi che si vuole, indebitare lo Stato, ma senza progetti sociali differenziati per categorie, individuazione delle best practices e adeguamento del sistema di Welfare il gioco da solo non vale la candela. Anzi! Il reddito di base non può essere quindi lo scopo primario delle politiche sociali ma strumento di correzione delle carenze di altri sistemi di Welfare, basati su inclusione e sviluppo. Sforzi inutili se la lotta alla sperequazione non tende parallelamente al livellamento verso l’alto dei gruppi sociali, anzichè scaricare sulla collettività il costo dello sfruttamento del lavoro precario.