Siamo gli sgoccioli. Il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati entra nelle settimane decisive con un equilibrio che pochi mesi fa sembrava improbabile. Le ultime elaborazioni sui sondaggi indicano un margine minimo tra i due fronti: il Sì si colloca attorno al 51 per cento, il No al 49. Uno scarto che rientra interamente nei margini statistici delle rilevazioni e che trasforma la consultazione in una competizione apertissima.
L’analisi elaborata da Lorenzo Ruffino sulla base di decine di rilevazioni degli ultimi mesi mostra con chiarezza la traiettoria del consenso. A metà novembre il Sì oscillava intorno al 57 per cento. All’inizio di gennaio aveva toccato il 60. Da quel momento è iniziata una discesa progressiva: 55 per cento a inizio febbraio, 52,5 a metà mese, fino al 51 registrato nei dati aggiornati ai primi giorni di marzo. La distanza tra i due fronti si è quindi ridotta settimana dopo settimana.
Il trend dei sondaggi
Il dato che emerge dall’aggregazione delle rilevazioni è costruito su circa sessanta sondaggi realizzati da quindici istituti diversi tra ottobre 2025 e febbraio 2026. Il modello utilizzato assegna un peso maggiore ai sondaggi più recenti e a quelli con campioni più ampi, evitando che oscillazioni marginali vengano interpretate come cambiamenti politici reali. In questo quadro la curva del consenso mostra un movimento continuo che favorisce il fronte del No.
La dinamica del resto segue uno schema frequente nelle consultazioni referendarie. La mobilitazione contro una riforma tende a risultare più semplice rispetto alla mobilitazione a favore e l messaggio di opposizione intercetta con maggiore facilità gli elettori indecisi nelle ultime settimane di campagna. Secondo Ruffino il rafforzamento del No si spiega anche con una campagna elettorale più attiva da parte delle opposizioni, mentre sul fronte favorevole alla riforma la mobilitazione del centrodestra appare più debole e meno centrata.
Le simulazioni statistiche utilizzate per stimare l’esito del voto restituiscono una fotografia altrettanto incerta. Applicando una simulazione Monte Carlo su 50 mila scenari possibili, il modello assegna al Sì una probabilità di vittoria del 54,5 per cento contro il 45,5 del No. In termini concreti significa che su venti scenari simulati undici portano alla vittoria del Sì e nove al successo del No. Il vantaggio esiste ma è sempre più fragile.
Il nodo dell’affluenza
L’elemento che rende la previsione ancora più instabile riguarda l’affluenza alle urne. Nei referendum la partecipazione varia in modo significativo e questo modifica la composizione dell’elettorato effettivo. Alcuni istituti hanno simulato scenari diversi proprio a partire da questo fattore.
Secondo una rilevazione YouTrend del 27 febbraio, con una partecipazione intorno al 46 per cento il No arriverebbe al 53,1 per cento dei voti. Con un’affluenza più alta, intorno al 55 per cento, l’esito si avvicinerebbe a un perfetto equilibrio. Una simulazione realizzata da BiDiMedia nello stesso periodo colloca invece il Sì in vantaggio in tutte le ipotesi di partecipazione, tra il 51 e il 52,5 per cento, pur registrando un aumento degli indecisi con il crescere dell’affluenza.
Proprio la quota di elettori indecisi rappresenta uno dei fattori più difficili da stimare. Alcune rilevazioni indicano percentuali superiori al 20 per cento, altre scendono sotto il 10. Differenze che dipendono dal metodo con cui gli istituti classificano chi dichiara incertezza o chi afferma di avere ancora dubbi sulla partecipazione al voto.
L’esperienza dei referendum italiani suggerisce però prudenza nell’interpretare i sondaggi. Nel referendum costituzionale del 2016 sulla riforma Renzi-Boschi, le rilevazioni avevano individuato il fronte vincente ma avevano sottostimato l’ampiezza del risultato finale. Il No ottenne il 59 per cento dei voti con un’affluenza del 65 per cento.
Oggi la fotografia è diversa. Il Sì mantiene un vantaggio minimo mentre il trend delle ultime settimane favorisce il No. Con l’avvicinarsi del divieto di pubblicazione dei sondaggi e con una quota rilevante di elettori ancora indecisi, la fase finale della campagna referendaria diventa decisiva. In una consultazione che fino a poche settimane fa sembrava già scritta, i numeri raccontano una partita ancora completamente aperta, se non addirittura invertita.