“Quel che è certo è che per il No (al referendum sulla giustizia, ndr) ci sono anche i delinquenti che ieri hanno aggredito in branco un poliziotto a Torino, prendendolo a martellate, pugni e calci in testa. Sono violenti, delinquenti e, per ora, incensurati per il No. Noi votiamo Sì”.
A lanciarsi nell’ardito (quanto provocatorio) accostamento tra manifestanti ed elettori del No, apparso sabato sui social, è stato il comitato “Sì Riforma”, che fa riferimento al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano e che vede nell’ex direttore de Il Giornale, Alessandro Sallusti, il capo della comunicazione.
La rabbia del No: “Becera strumentalizzazione”
Una forzatura intollerabile che ha scatenato le ire del fronte del sì. “Una becera strumentalizzazione che cerca di creare una falsa analogia tra i milioni di persone che voteranno No e un gruppo di criminali violenti, le cui azioni vanno semplicemente condannate con voce unanime, e che noi unanimemente esecriamo”, ha commentato Enrico Grosso, presidente del comitato “Giusto dire No” promosso dall’Anm, il quale si augura che “il comitato politico per il Sì non abbia mai più bisogno di inquinare la discussione pubblica fino al degradante livello da loro raggiunto quest’oggi, sinora per me il più basso di questa campagna elettorale”.
Quando era il Sì a fare la guerra ai cartelloni
Un giudizio tranchant, che ricorda quelli altrettanto tranchant espressi dal comitato per il Sì quando si trattò di attaccare alcune settimane fa, un altro manifesto, a firma dell’Anm, che recitava “Vorresti giudici che dipendono dalla politica?”. Allora i sostenitori della riforma Nordio arrivarono addirittura all’esposto penale alla procura di Roma, a firma del radicale Giorgio Spangher, presidente del comitato “Pannella-Sciascia-Tortora” per il Sì, spingendosi fino a chiedere il “sequestro preventivo dei manifesti, degli spot e di ogni altro materiale propagandistico”. UUna censura preventiva, che naturalmente non è arrivata.
Intanto 117 costituzionalisti in campo per il No
Intanto ieri il Comitato della “Società civile per No” ha fatto sapere di essersi arricchito di un “Consiglio scientifico” formato da 117 costituzionalisti delle diverse università italiane, da Torino a Messina. Gli studiosi – si spiega il Comitato – non solo hanno deciso di aderire all’organismo presieduto dal professor Giovanni Bachelet, ma si sono resi disponibili a costituirne il ‘Consiglio scientifico’ che attesta le fondamenta costituzionali nel sostenere che “la riforma Nordio scardinerebbe la Costituzione antifascista nata dalla Resistenza sulla quale si fonda la Repubblica Italiana”. Sono tre i presidenti emeriti della Corte Costituzionale che faranno parte di tale Consiglio, “accrescendone l’autorevolezza”: Ugo De Siervo, Gaetano Silvestri e Gustavo Zagrebelsky, con l’aggiunta dell’ex vice-presidente Enzo Cheli.
Bachelet: “Vedo sondaggi che ci avvicinano sempre più”
“Ogni settimana che passa, lo vediamo da certi sondaggi, la forbice si chiude, i No e i Sì si avvicinano sempre più”, ha detto Bachelet, “Abbiamo lo spazio di raggiungere molti elettori e di riuscire insieme a loro a capire qual è la vera posta in gioco che non ha niente a che fare con la giustizia ma a che fare con l’equilibrio fra i poteri, uno spostamento, uno squilibrio a favore della politica”.
Nordio attacca gli ex colleghi, ma se perde non se ne va
Infine ieri il Guardasigilli è tornato a difendere la sua stessa violenza verbale, quel “blasfemo” indirizzato agli ex colleghi magistrati. “Confermo il termine ‘blasfemo’ e lo ripeto per chi sostiene che questa riforma costituzionale voglia mettere la magistratura sotto il potere esecutivo”, ha detto a Radio 24.
“Quando abbiamo presentato questa proposta di legge che, essendo nel programma elettorale era un obbligo verso gli elettori, la magistratura associata, il sindacato, ha risposto con uno sciopero immediato e questo ha precluso qualsiasi forma di dialogo – ricorda -. Se vince il Sì bisogna mettersi lealmente attorno a un tavolo e discutere però senza pensare di sovvertire quella che è la riforma avallata dal popolo, se poi vince il No le cose resteranno come prima, ne prenderemo atto”.
E ha concluso con “non è affatto un referendum politico e non è che cambieremo maggioranza o che ce ne andremo dal Governo, prenderemo atto rispettosamente della volontà popolare”. Non certo un segno di tranquillità.