Resta fissato per il 22-23 marzo il voto per il Referendum sulla riforma costituzionale della giustizia. Il Tar del Lazio, ieri, con una sentenza breve, ha infatti respinto il ricorso presentato dal Comitato dei 15 promotori del nuovo quesito referendario (per il quale sempre ieri erano state depositate le firme in Cassazione) contro la delibera con cui era stata stabilita la data delle urne.
Il Tar: la data certa c’è già
Il Tribunale amministrativo, pronunciandosi nel merito, ha ritenuto infondato il ricorso contro il decreto del Presidente della Repubblica che fissava per il 22 e 23 marzo prossimi il Referendum. I ricorrenti – che nel frattempo avevano promosso una raccolta di firme con un quesito referendario parzialmente diverso da quello ammesso dall’Ufficio centrale per il Referendum il 18 novembre 2025 – miravano a ottenere la sospensione e l’annullamento del decreto presidenziale per completare la raccolta delle firme (cosa nel frattempo avvenuta con un grande successo) e a sottoporre il proprio quesito al giudizio di legittimità allo stesso Ufficio.
Il Tar ha però riconosciuto l’infondatezza della richiesta, perché, a detta dei giudici, c’è già una richiesta legittimamente depositata che consente di votare nei “tempi certi” previsti dalla legge. Per la corte, infatti, la disciplina applicabile è “principalmente finalizzata a permettere che la legge di riforma costituzionale, approvata dal Parlamento a maggioranza assoluta dei propri componenti, sia sottoposta, in tempi certi, all’approvazione da parte della volontà popolare, a prescindere da quale tra i soggetti a cui l’art. 138 della Costituzione attribuisce l’iniziativa referendaria (almeno un quinto dei membri di una delle Camere o cinque consigli regionali o cinquecentomila elettori) abbia avanzato per primo la richiesta di Referendum”.
E Nordio festeggia
“Sono molto soddisfatto della sentenza del Tribunale amministrativo regionale del Lazio. La motivazione è di una chiarezza adamantina: trattandosi di un referendum confermativo, una volta che si sia determinata una condizione per il suo svolgimento, in questo caso la richiesta parlamentare, le altre, come le 500mila firme, sono inammissibili perché superflue, come avevamo detto sin dall’inizio. Si è trattato di un espediente dilatorio che speriamo sia anche l’unico”, ha commentato il ministro della Giustizia, Carlo Nordio.
Lo strappo di governo e destra sul voto dei fuorisede
Ma ieri sul referendum si è consumato anche un evidente strappo alla democrazia: la commissione Affari costituzionali della Camera ha infatti respinto gli emendamenti presentati dalle opposizioni (a firma Più Europa, Pd, M5S Avs, Azione, Iv) per consentire a lavoratori e studenti fuorisede di votare fuori dal comune di residenza. Il Governo aveva espresso parere contrario perché, per la sottosegretaria Wanda Ferro, ci sarebbero stati “dei problemi tecnici dovuti ai tempi”.
“Il governo non vuole permettere ai cittadini fuorisede di votare al referendum e si nasconde dietro presunte esigenze tecniche”, attacca l’M5s Vittoria Baldino, “Si assuma la responsabilità di dire che questa è una scelta politica. Il governo non può dirci oggi, come ha fatto Ferro, che non ci sono i tempi tecnici, perché ha scelto lui di anticipare il voto del referendum, ignorando una raccolta firme popolare che ha raggiunto numeri altissimi, così sacrificando una più ampia informazione, una più ampia partecipazione e il diritto al voto dei fuorisede. Altrettanto inaccettabile il fatto che la sottosegretaria abbia derubricato e sminuito il tema, come fosse un diritto marginale che spetta a pochi”.
“Negano il diritto di voto a una città italiana media”
Il senatore dem Marco Meloni punta il dito sulla motivazione addotta dalla maggioranza, cioè che “l’ultima sperimentazione ha coinvolto ‘solo’ 60mila cittadini. Negare il diritto di voto anche a una sola persona sarebbe inaccettabile”, continua Meloni, “ma per questo governo è addirittura tollerabile escludere l’equivalente della popolazione di una città media italiana”. E conclude: “La verità è che hanno paura del voto libero dei cittadini. E chi ha paura ha già perso”.
La Cei “rettifica” l’appello di Zuppi a votare No
E sul tema referendario ieri è intervenuta anche la Cei, che ha tentato di rettificare le dichiarazioni del suo presidente, il Cardinale Matteo Zuppi, il quale tre giorni fa aveva preso posizione (seppur non esplicita) a favore del No. “La separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici e l’assetto del Csm sono temi che, come pastori e come comunità ecclesiale, non ci devono lasciare indifferenti”, aveva detto Zuppi.
“C’è un equilibrio tra poteri dello Stato che i padri costituenti ci hanno lasciato come preziosa eredità e che è dovere preservare”, aveva aggiunto. “Autonomia e indipendenza sono connotati essenziali per l’esercizio di un processo giusto, e tali valori devono essere perseguiti, pur nelle diverse possibili realizzazioni storiche e pluralità di opinioni e orientamenti”, aveva quindi concluso.
Così ieri il segretario Cei Giuseppe Baturi è intervenuto spiegando che “Il cardinale Zuppi non ha dato alcuna indicazione di voto”, ma che ha solo sottolineato come la partecipazione al voto sia stata indicata quale “espressione concreta di corresponsabilità civile”.