I quindici giuristi promotori della raccolta di 500mila firme per il referendum sulla giustizia, che hanno ottenuto con un’ordinanza della Cassazione la nuova formulazione del quesito, hanno deciso di non fare ricorso contro la scelta del governo di non spostare la data della consultazione e di concentrarsi sulla campagna per la vittoria del No alla riforma Nordio. “Abbiamo già detto che la decisione di non modificare la data del referendum è un’interpretazione non corretta della sequenza temporale prevista dall’articolo 15 della legge sul referendum. Sarebbe possibile, e anche giusto, contestarla in un nuovo giudizio. Ma a questo punto abbiamo deciso di contrastarla fuori dalle aule giudiziarie, dedicando tutte le nostre energie alla campagna referendaria”, spiegano.
Referendum, tra il Sì e il No la partita è aperta. Nordio attacca di nuovo le toghe
La scelta si lega anche a un dato politico: il No è in rimonta e la partita è aperta. Lo attestano numerosi sondaggi, ultimo quello di Swg per il Tg di La7: il 38% degli elettori è orientato a votare Sì, confermando la riforma, mentre il 37% sceglierebbe il No, bocciandola. Testa a testa, con una quota di indecisi ancora pesante (25%), potenzialmente decisiva in vista del voto del 22 e 23 marzo.
Scende in campo anche Marina Berlusconi per il Sì
Dopo l’adesione al Sì dell’ex pm ed ex ministro Antonio Di Pietro e del presidente emerito della Corte costituzionale Augusto Barbera, è scesa in campo anche Marina Berlusconi. “Al referendum del 22-23 marzo voterò Sì. E non per il mio cognome, né per spirito di parte, ma perché è la cosa giusta”, ha detto al Corriere della Sera la presidente di Fininvest e Mondadori.
“La separazione delle carriere è necessaria per spezzare un giogo che soffoca tutti, a partire dagli stessi magistrati. E per garantire la vera terzietà dei giudici. Abbiamo un’occasione irripetibile, non lasciamocela scappare”. E ha aggiunto: “È vero: mio padre ha subìto un’inaccettabile persecuzione giudiziaria. Ma non ragiono per rivalsa: il problema non riguarda una sola stagione né una sola persona. C’è una minoranza di magistrati ideologizzati che continua a fare danni. La giustizia è condizionata da un vergognoso mercato di nomine”.
Nordio attacca nuovamente i magistrati
Sul fronte opposto, a far rumore sono soprattutto le parole del ministro Carlo Nordio, che alza l’asticella dello scontro con le toghe e, insieme, prova a politicizzare l’esito del voto: “Se dovesse vincere il No non sarebbe una vittoria della Schlein, ma una vittoria delle procure”, ha sostenuto, evocando un Paese a “sovranità limitata” per colpa delle “interferenze” della magistratura. Un argomento che brandisce come un ricatto istituzionale: o passa la riforma o comandano i pm.
Nordio insiste parlando di “giustizia domestica” nel Csm come di “una montagna che partorisce un topolino” e lancia accuse generiche senza fondamento: “Nessun magistrato ha mai pagato” per la “malagiustizia”. Poi la stoccata sulle correnti: i magistrati “sono terrorizzati dal sorteggio”. E ancora: la magistratura “non vuole le riforme, e non le vuole perché perde potere”. Infine impartisce lezioni di diritto: il magistrato deve applicare la legge “approvata dal Parlamento”, può interpretare ma “non deve mai superare la lettera”.
Peccato che, nel suo racconto, il confine tra critica e delegittimazione sistematica salti continuamente, trasformando il ministro della Giustizia nel principale megafono di uno scontro politico con un potere dello Stato.
Il no alla riforma Nordio del M5S e il Sì dei riformisti del Pd
Nordio arriva a dire che i magistrati “hanno perso credibilità”, mentre il quadro che chiama in causa l’anticorruzione alimenta ulteriori polemiche. “Pesano la cancellazione del reato di abuso d’ufficio, il ridimensionamento del traffico di influenze illecite, lo smantellamento di vari presidi anticorruzione. Dobbiamo fermare questo declino. Il primo passo è dire ‘no’ al referendum su una riforma che non fa nulla per i cittadini, ma serve solo a chi è al governo per sentirsi intoccabile dalle inchieste”, attacca Giuseppe Conte, leader del M5S.
Nel Pd, intanto, la linea si spacca. C’è chi stigmatizza l’offensiva del ministro e chi, nella frangia riformista, sostiene il Sì. Lo si è visto all’evento alla Fondazione Luigi Einaudi con Gian Domenico Caiazza (Comitato “SìSepara”) e il comitato “Sinistra per il Sì”, promosso da riformisti ed ex parlamentari dem. “Noi siamo quella sinistra che voterà sì coerentemente con la storia della sinistra”, dice Anna Paola Concia. “C’è una forte componente della sinistra per il sì, proseguiamo il nostro impegno”, spiega Stefano Ceccanti. Marilisa D’Amico annuncia il comitato “Progressisti per il sì”: “Non mi sarei aspettata di trovarmi nel Pd, la mia casa, come un’eretica. Dico no alla deriva illiberale che sta prendendo la maggioranza del partito”.