Referendum sulla legge elettorale. Salvini rischia un altro autogol. Dai dubbi di Forza Italia all’incognita della Consulta. Ecco perché l’iniziativa della Lega può rivelarsi un flop

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Dopo i bagni di folla estivi del Papeete Beach, ora che non è più ministro e la Lega si ritrova sballottolata dal Governo all’opposizione, Matteo Salvini riparte da Pontida. Da quel popolo del nord, un tempo nemico giurato degli odiati “terroni”, che ormai miete proseliti, dalla bistrattata Roma Ladrona di bossiana memoria in giù, anche in quella parte dello stivale dove, in un passato nemmeno tanto lontano, la gioiosa macchina da guerra padana sarebbe stata accolta a colpi di booo e di pomodori.

BAGNI DI FOLLA. Ma i tempi cambiano e, sondaggi alla mano, anche al Mezzogiorno, al Capitano, uscito ammaccato dall’inspiegabile harakiri estivo – dettato da un colpo di solo o da qualche mojito di troppo, secondo le correnti di pensiero che vanno per la maggiore tra i detrattori – gli italiani sembrano ancora perdonare tutto. E, galvanizzato, dal tripudio di quello stesso popolo ormai geograficamente trasversale, ha lanciato la nuova crociata della Lega: un’opposizione a colpi di referendum. A cominciare da quello sulla legge elettorale. Perché il Capitano sa benissimo che una riforma in senso proporzionale, come quella finita nell’agenda del neonato Governo giallorosso, disinnescherebbe ogni residua possibilità per la Lega di conquistare quei “pieni poteri”, autoritariamente rivendicati per sé dal leader del Carroccio aprendo la crisi del Governo Conte.

Un risultato che solo un (almeno per ora) irraggiungibile 51% dei consensi, una legge elettorale proporzionale gli consentirebbe di raggiungere. Costringendolo peraltro ad allearsi inevitabilmente non solo con Fratelli d’Italia ma anche con ciò che resta del vecchio Centrodestra. In altre parole con le spoglie di Forza Italia. Ma la strada imboccata, rischia di rivelarsi l’ennesimo boomerang per il Capitano.

EFFETTO BOOMERANG. Due strade portano al referendum. La richiesta di cinque Consigli regionali o di 500mila elettori. La prima, sulla carta abordabile, è la meno scontata. Perché se è vero che la Lega governa in diverse Regioni, l’apporto decisivo di Forza Italia nelle maggioranze di Centrodestra, rende la partita incerta. è stato d’altra parte Silvio Berlusconi in persona a dichiararsi favorevole ad una riforma delle regole elettorali con l’opposizione, salvo non chiudere, dopo l’incontro con Salvini proprio nel giorno di Pontida, neppure al ritorno al maggioritario. Che, osserva più di qualcuno nel partito del Cavaliere, per Forza Italia equivarrebbe all’eutanasia.

Quanto alle 500mila firme, nessun dubbio che, visti i sondaggi, il Carroccio non avrebbe difficoltà a raccoglierle. Ma a che pro? Raccolte le firme, se la nuova maggioranza approvasse una riforma sostanziale della legge elettorale, il referendum sarebbe disinnescato. In ogni caso, dal momento che il referendum non modifica ma abroga (nel caso di quello leghista parzialmente, eliminando la quota proporzionale) resta l’incognita del vaglio di ammissibilità della Consulta. Il maggioritario puro penalizzerebbe le minoranze tutelate dalla Costituzione, con il rischio che il quesito sia bocciato. Ecco perché, la battaglia referendaria della Lega rischia di rivelarsi un flop.

L'editoriale
di Gaetano Pedullà

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