Regalone dal governo alle banche

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di Maurizio Grosso

Alla fine è stata la giornata dello show grillino alla Camera. In discussione c’era la fiducia al decreto legge Imu-Bankitalia, in pratica il provvedimento con il quale il governo, guidato da Enrico Letta, ha perfezionato la cancellazione della seconda rata dell’Imu e ha dato il via al percorso di rivalutazione delle quote dell’istituto centrale. Operazione del valore di 7,5 miliardi di euro, cifra corrispendente alla stima del valore attuale delle quote di palazzo Koch, ancora per poco detenute dagli istituti di credito (Intesa e Unicredit in testa) al costo di 156 mila euro. E proprio su questo punto è andato in scena lo show del Movimento 5 Stelle, che forse tutti i torti non ha. Per i grillini la stima di 7,5 miliardi è a dir poco esagerata e non fa altro che tradursi nell’ennesimo regalo alle banche, che così potranno fare bella mostra delle quote rivalutate nei loro bilanci.

L’iniziativa
Sta di fatto che ieri c’è stato un autentico sit-in dei grillini, che hanno esibito manifesti con scritto “Giù le mani da Bankitalia” e “Sos Bankitalia”. A seguito della bagarre e delle veementi proteste diversi deputati grillini sono stati espulsi dall’aula di Montecitorio. Più tardi, gli stessi parlamentari hanno motivato la loro iniziativa: “Il saccheggio delle riserve della banca nazionale, soldi degli italiani, si concretizza nel venerdì nero in cui gli italiani si mettono in fila per ottemperare agli obblighi di un fisco vessatorio e caotico, reso incomprensibile da decenni di interventi stratificati, contraddittori e spesso ispirati da ragioniclientelari”. Gli stessi deputati hanno aggiunto subito dopo: “Avevamo proposto alla maggioranza di cancellare anche la mini-Imu con un giro di vite alla tassazione sul gioco d’azzardo, ma governo e maggioranza sono sempre pronti a difendere le prerogative delle lobby che poi tengono sottobraccio nei corridoi del Parlamento. Concessionari delle slot, assicuratori, banche, speculatori edilizi, colossi dell’energia fossile: tutti contano per questi partiti, tutti tranne i cittadini”. Sempre a proposito dell’assetto di Bankitalia il decreto, su cui la fiducia alla fine è stata votata, stabilisce la riduzione dal 5 al 3% della quota massima del capitale di Bankitalia che ciascun partecipante può possedere, direttamente o indirettamente. L’altra parte del provvedimento, come detto, è invece dedicata al perfezionamento dell’abolizione della seconda rata dell’Imu sulle abitazioni principali, ad esclusione delle case di lusso, così come promesso da tempo dall’esecutivo. Unica coda amara è la cosiddetta mini Imu che i contribuenti sono stati chiamati a pagare entro la giornata di ieri (vero e proprio venerdì nero fiscale) e che genererà un gettito per il quale non è stato possibile trovare nessuna copertura.

Da dove vengono i soldi
Copertura che è stata invece trovata per tutto il resto e che arriverà da un aumento degli acconti di Irap e Ires. E’ proprio questo il secondo pilastro fondamentale del decreto Imu-Bankitalia. Si incrementa infatti al 128,5 per cento l’acconto Ires e Irap, per il periodo d’imposta in corso al 31 dicembre 2013, per gli enti creditizi e finanziari, per la Banca d’Italia e per le società e gli enti che esercitano attività assicurativa. Per gli stessi soggetti si dispone inoltre che, per il periodo d’imposta in corso al 31 dicembre 2013, all’aliquota Ires, del 27,5%, si applichi una addizionale di 8,5 punti.

 

Così gli istituti incasseranno 7,5 miliardi di euro

La Consob come i grillini: valutazione esagerata per Bankitalia

 

Dalle loro parti nessuno vuol sentir parlare di scontro. Al massimo di differenti valutazioni. Ma quando l’oggetto del contendere diventa il valore delle quote della Banca d’Italia, oggi guidata da Ignazio Visco, è inutile pretendere toni diplomatici. La realtà è che al vertice della Consob, la Commissione che vigila sulle società quotate in borsa, c’è chi pensa che le stime utilizzate dal decreto del governo in vista della rivalutazione delle quote di palazzo Koch, il cui valore oggi è fissato in 156 mila euro, sia a dir poco esagerata. Quella forchetta che via Nazionale, con l’ausilio degli esperti Franco Gallo, Lucas Papademos e Andrea Sironi, ha fissato tra i 5 e i 7,5 miliardi, per la Consob sarebbe dovuta scendere a non più di 1,7 miliardi di euro. Ma c’è di più, perché in realtà secondo i ragionamenti che si sono sviluppati nei giorni scorsi ai piani alti dell’Authority sulla borsa, a subentrare nel capitale di Bankitalia sarebbe dovuto essere solo lo Stato, l’unico legittimato a disporre delle famose riserve di via Nazionale, comprese quelle auree. Tutte queste considerazioni, nelle scorse settimane, erano state messe nero su bianco in un documento firmato da Giovanni Siciliano, incidentalmente ex Bankitalia, oggi capo della divisione studi della Consob e uno dei principali collaboratori del presidente Giuseppe Vegas. Per carità, va subito detto che lo studio, apparso sul sito lavoce.info, è frutto delle opinioni personali di Siciliano e “non impegna in alcun modo l’istituzione di appartenenza”. Ma è un fatto indiscutibile che al vertice della Consob qualcuno ha messo seriamente in discussione quella rivalutazione delle quote di Bankitalia, ora fondamentalmente in mano alle banche (in primis Intesa e Unicredit), che avrebbe lo scopo di consentire agli stessi istituti di credito di rafforzare in un batter d’occhi il loro patrimonio e al Fisco di incassare un miliardo di euro. Il documento ammette che lo Stato possa indennizzare le banche tenendo conto del prezzo pagato per acquistare le quote, ovvero 156 mila euro. Ma supponendo di collocare l’acquisto delle quote nel 1893, data di nascita della banca centrale, “il coefficiente Istat di rivalutazione monetaria dal 1893 al 2011 ci dice che il valore delle quote al 2011 è pari a 1,27 miliardi”. A una valutazione analoga si arriverebbe anche se si tenesse conto “dei dividendi che per statuto la Banca d’Italia riconosce ai detentori delle quote”. Calcolando la proiezione del dividendo atteso verrebbe fuori che “il valore delle quote è pari a 1,7 miliardi”.