Dieci anni dopo il sequestro, le torture e l’assassinio di Giulio Regeni, nell’aula della Corte d’Assise di Roma hanno preso la parola le difese degli imputati, che hanno tentato di cancellare un decennio di indagini, rogatorie, testimonianze e ricostruzioni. Una linea che, inevitabilmente, suona come l’ennesima beffa per la famiglia del ricercatore friulano.
La tesi dei difensori: ad al Sisi non conveniva compromettere i rapporti con l’Italia
Gli avvocati d’ufficio dei quattro alti ufficiali dei servizi segreti egiziani imputati nel processo hanno infatti sostenuto che Regeni non sarebbe mai stato sequestrato dagli apparati di sicurezza del Cairo. La ragione? Secondo la difesa, il presidente Abdel Fattah al Sisi non avrebbe avuto alcun interesse a compromettere i rapporti diplomatici con l’Italia. Da questa premessa discende l’intera ricostruzione: se al regime non conveniva, allora il regime non può essere stato.
Una tesi che ribalta completamente quella sostenuta dalla Procura di Roma, che appena tre settimane fa ha chiesto l’ergastolo per il generale Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e 17 anni e mezzo di reclusione per gli altri tre imputati, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi e Tareq Sabyr, ritenendoli responsabili del sequestro di persona aggravato.
Per i difensori, invece, dietro il rapimento ci sarebbero gruppi terroristici attivi in Egitto nel 2016, interessati a sabotare le relazioni tra Roma e il Cairo anche sul piano energetico. Una ricostruzione che ripropone scenari alternativi già affacciati negli anni e mai suffragati da elementi concreti.
I responsabili? I Fratelli Musulmani
Non solo. Secondo gli avvocati, Regeni sarebbe stato scambiato dai venditori ambulanti vicini ai Fratelli Musulmani per una spia dei servizi egiziani, mentre il governo del Cairo avrebbe collaborato con l’Italia “nei limiti consentiti” dalla propria legislazione. Persino uno degli episodi più controversi dell’intera vicenda, quello della presunta banda di rapinatori uccisa dalla polizia egiziana e indicata nel 2016 come responsabile dell’omicidio del ricercatore, non costituirebbe affatto un depistaggio, bensì una ricostruzione che – secondo la difesa – l’accusa avrebbe enfatizzato e che la stampa avrebbe poi fatto propria.
Rapito, torturato e ucciso dagli apparati del Regime
È difficile conciliare questa narrazione con quanto emerso nel processo romano. Per la Procura non esistono dubbi sul fatto che gli apparati egiziani abbiano non solo sequestrato, torturato e ucciso Regeni, ma anche costruito negli anni una lunga sequenza di depistaggi per impedire l’accertamento della verità. Nella sua requisitoria, il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco è stato netto: il regime egiziano ha scelto consapevolmente di proteggere i propri uomini, evitando che rispondessero delle torture inflitte al ricercatore italiano. Non semplici funzionari, ma un generale, due colonnelli e un maggiore, perfettamente consapevoli del ruolo ricoperto e delle responsabilità connesse.
Le difese hanno espresso vicinanza ai genitori di Giulio Regeni. Un gesto doveroso sul piano umano. Ma subito dopo hanno chiesto ai giudici di accantonare l’intero impianto accusatorio costruito in quasi dieci anni di lavoro investigativo, sostenendo che i servizi egiziani non c’entrano e che il Cairo avrebbe sempre collaborato.
La sentenza dopo l’estate
Ora la parola passa ai giudici. La sentenza arriverà dopo l’estate. Qualunque sarà il verdetto, resta una certezza: dopo dieci anni, sul caso Regeni continua a consumarsi anche una battaglia sulla memoria. Da una parte il tentativo della magistratura italiana di attribuire responsabilità precise; dall’altra quello di riscrivere una vicenda che, per le sue torture, i suoi depistaggi e i suoi silenzi, è diventata uno dei simboli più drammatici dell’impunità di Stato.