Reggio Calabria, ‘ndrangheta tra i colletti bianchi. Sette arresti tra gli insospettabili della città. Così condizionavano l’economia

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Ieri a Reggio Calabria non è stata una giornata qualsiasi. Con sette arresti eccellenti, magistratura e Guardia di Finanza hanno strappato  il velo dagli occhi a quella parte di Reggio che ancora si ostinava a non voler né vedere né sapere. L’arresto dell’avvocato Paolo Romeo può segnare una svolta storica per la città e avrà ripercussioni importanti perché l’ex deputato del Psdi ha ottimi agganci anche a Roma.

Gli intrecci, gli interessi e i rapporti di Romeo sono di una portata tale che il sisma che è partito dalla Calabria farà tremare fino alle fondamenta una rete di insospettabili che per anni ha tratto beneficio dai rapporti con lui, già arrestato e condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa con la potentissima cosca dei De Stefano. Dopo l’arresto dell’avvocato Giorgio De Stefano, pochi mesi fa, capo della cosca omonima, ieri è crollata la facciata dell’altra eminenza grigia che dalla città in punta allo Stivale, per decenni ha co-gestito una potentissima lobby ndranghetista, massonica e politica. Non si tratta di un evento locale. L’influenza di Romeo, di De Stefano e di altri nomi di insospettabili sui quali sono in corso indagini, é ben documentata da innumerevoli racconti di pentiti, da indagini di varie procure, spesso “stranamente” archiviate o omissate, e in pochi e temerari resoconti di una manciata di giornalisti.

L’indagine di ieri si chiama “Fata Morgana”, dal nome di un fenomeno ottico che distorce gli oggetti e si osserva nello Stretto. Romeo è accusato di estorsione e intestazione fittizia di beni. Ma soprattutto di guidare  un centro di potere occulto del quale farebbero parte anche vari colletti bianchi e un ex giudice di Cassazione. E l’avvocato era in grado di arrivare anche a deputati e magistrati della Corte dei Conti. Del resto che la nuova ‘ndrangheta, quella che si muove a un livello superiore, sia ben diversa da quella vecchia ormai s’era capito con l’inchiesta “Meta”, iniziata per  catturare “il Supremo”, alias Pasquale Condello. Le indagini dimostrarono come le cosche più potenti si fossero unite a formare “un direttorio che governa la struttura visibile della ‘ndrangheta in un sistema criminale in parte occulto”.

A coordinare le indagini era un giovane pm, Giuseppe Lombardo, lo stesso che ha condotto l’inchiesta Fata Morgana. Al processo Meta chiuse la requisitoria così: ”Da qui bisogna ripartire per far emergere ulteriori verità sul sistema criminale che ha condizionato la vita civile e democratica di Reggio. La ‘ndrangheta non finisce qui, manca ancora la metà che decide e si veste con abiti da cerimonia e frequenta ambienti dove gli abiti da lavoro non sono ammessi”. Un errore Lombardo e gli uomini dell’Anticrimine, all’epoca guidati dal tenente colonnello Valerio Giardina, l’avevano commesso: “Abbiamo fatto un errore di battitura. L’indagine dovevamo chiamarla Metà e non Meta”.