Non solo Bin Salman. Amnesty mette all’indice gli amici arabi di Renzi. L’ex premier di casa dove si vìolano i diritti umani

Matteo Renzi
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Arabia Saudita, Dubai, Senegal, Bahrein. Il tour di “piacere” di Matteo Renzi coincide con alcuni dei paesi che registrano il maggior tasso di violazione dei diritti umani. E’ quanto emerge  dall’ultimo Rapporto sulla situazione dei diritti umani nel mondo di Amnesty.

Non solo Bin Salman. Amnesty mette all’indice gli amici arabi di Renzi

Mohammad Bin Salman? “È un mio amico, lo conosco da anni. E non c’è nessuna certezza che sia il mandante dell’omicidio Kashoggi”, ha dichiarato il senatore fiorentino. Che è volato in Arabia Saudita per intervistare il potente principe saudita e ha avuto l’ardire di parlare di Rinascimento arabo. Jamal Kashoggi, ricordiamo, è il giornalista saudita ucciso il 2 ottobre 2018 all’interno del consolato dell’Arabia Saudita a Istanbul. Ma a sfogliare il rapporto di Amnesty siamo molto lontani dall’idea di Rinascimento per l’Arabia Saudita. Lo stesso si può dire per il Bahrein in cui Renzi si è recato per seguire il Gran Premio.  E per gli Emirati Arabi.

Scorrendo le pagine del Rapporto inciampiamo in pesanti denunce di violazioni. In Bahrein, Iran, Oman e Arabia Saudita – si legge – le autorità giudiziarie hanno incaricato unità  investigative speciali per perseguire persone accusate di diffondere “dicerie” sulla pandemia che turbavano l’opinione pubblica. Per mettere a tacere le opinioni critiche verso le autorità espresse su Internet, hanno posto pesanti condanne al carcere. Come ad esempio nel caso dello scrittore Abdullah al-Maliki in Arabia Saudita, condannato a sette anni di carcere. L’assistenza medica all’interno delle carceri era spesso inadeguata. E in Egitto, Iran e Arabia Saudita, alcuni prigionieri con un trascorso politico sono stati deliberatamente privati delle cure, come misura punitiva.

L’ex premier di casa dove si vìolano i diritti umani

In alcuni paesi, in particolare  Egitto, Iran e Arabia Saudita, la pena di morte è stata comminata e implementata al termine di processi giudiziari profondamente viziati. I difensori dei diritti umani hanno continuato a pagare a caro prezzo la loro audacia. A giugno, Nabeel Rajab, presidente del Centro del Bahrein per i diritti umani, messo al bando, è stato rilasciato su cauzione, dopo avere scontato una condanna a quattro anni di carcere per avere pubblicato un post su Twitter, in cui criticava il governo per la  situazione dei diritti umani nel paese.

In 18 paesi del Medio Oriente e dell’Africa del Nord è continuata la prassi di torturare o sottoporre ad altro maltrattamento coloro che erano in custodia. In Bahrein, Egitto, Iran e Marocco, le autorità hanno fatto ricorso al regime d’isolamento prolungato e indefinito, che spesso corrisponde a una forma di tortura, per punire i prigionieri per le loro opinioni o discorsi politici o per estorcere loro “confessioni”. Le donne hanno continuato a subire radicate forme di discriminazione nella legge, in materia di matrimonio, divorzio, custodia dei figli, eredità e, in Arabia Saudita e Iran, anche nell’impiego e nella vita politica.

Gli Emirati Arabi Uniti (Uae) hanno continuato a consegnare illecitamente armi ed equipaggiamento militare alle milizie attive nello Yemen. In Libia, paesi come Russia, Turchia e gli Uae hanno continuato a fornire ai loro alleati armi ed equipaggiamento militare, in violazione dell’embargo sulle armi stabilito dalle Nazioni Unite. La Turchia e gli Uae sono intervenuti direttamente nelle ostilità attraverso raid aerei che hanno ucciso civili e persone non direttamente coinvolte nei combattimenti.

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