Renzi, fiducia anche alla Camera

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Dopo il Senato il governo Renzi ha ottenuto la fiducia anche alla Camera. 378 deputati hanno votato a favore e 220 si sono espressi contro.

di Lapo Mazzei

Un abbraccio, un lungo applauso e poi il gelo. E tutto il resto, in fondo, è noia. E sì, perché la giornata di Matteo Renzi alla Camera, dove ha incassato la seconda fiducia (dopo quella sofferta del Senato),  la si potrebbe racchiudere all’interno del quel triangolo fintamente amoroso, in realtà spigoloso e pungente con un cavallo di frisia. L’abbraccio, da pagina di libro Cuore, è quello fra Pier Luigi Bersani e Enrico Letta. Tornato alla vita politica il primo, riemerso dalle nebbie londinesi il secondo – dove ha smaltito le scorie della defenestrazione ma non la rabbia per il tradimento -,entrambi in Aula per votare la fiducia. L’applauso, lungo, intenso e realmente commosso, è quello che l’emiciclo ha tributato a Pier. Senza distinzione di appartenenza. Il gelo, invece, è quello che divide Letta e Renzi. Una vera e propria lastra di ghiaccio.  E poco importa se il presidente del Consiglio ha invocato l’unità del partito, del “mio partito” dice durante l’intervento in Aula palesando quel senso del possesso tipico dell’uomo solo al comando, ben sapendo che le divisioni si vanno facendo sempre più profonde ogni giorno che passa. Ma siccome la politica è fatta anche di apparenze, il presidente del Consiglio ha scelto di mostrarsi disponibile verso i “ribelli”, nella convinzione di poter offrir loro un buon pasto da consumare.  “Nel Pd siamo abituati a confrontarci in modo non formale e quando dobbiamo confrontarci e discutere, litigare, lo facciamo avendo il coraggio di riconoscere che chi vince ha la maggioranza e chi resta sta nello stesso partito”, sostiene il premier nel suo intervento a Montecitorio, “è la democrazia interna, provatela anche voi, non fa male e consente di essere persone migliori”. E pur di dare un corpo e, forse, un’anima a quelle parole – che vorrebbero essere di pacificazione ma rischiano di essere ulteriormente di rottura – Matteo ricorda come  quando ha perso le primarie con Pierluigi Bersani “lui non mi ha espulso e il fatto che Bersani sia qui avendo idee diverse dalle mie su molte cose è un segno di stile e rispetto non personale ma politico. Siamo il Pd”. Cita Letta ma il destinatario della missiva è Letta e, sia pur in quota parte, Pippo Civati. L’ex premier ascolta in silenzio, gelido. Senza battere ciglio. Civati no, Pippo scalpita. Vorrebbe rompere ed uscire dal recinto del Pd che non riconosce più suo. “Ma farlo da solo non serve”, dice  a chi lo incrocia in Transatlantico. Forse verrà il momento. Forse se ne andrà con Nichi Vendola. Forse. Perché questo Pd non è un albergo per tutti, ma solo per pochi eletti.  Così come verrà il momento di Bersani. Ma per l’ex segretario del Pd ci vuole tempo e calma, anche se lui vorrebbe già riprendere il suo posto in prima fila. “In queste Aule si può parlare come se ci si trovasse fuori dai Palazzi. Però vanno definiti meglio gli obiettivi. E, definiti gli obiettivi, sono pronto a dare una mano”, promette Pier lasciando l’aula di Montecitorio al termine del discorso del presidente del Consiglio,  “benché mi pare che questo governo non abbia tra le sue qualità migliori l’umiltà”, spiega Bersani, “è pur sempre un governo che ha bisogno di aiuto e questo aiuto bisognerà darglielo”. Tuttavia, ha aggiunto, “per come si è svolta questa vicenda e per come il presidente del Consiglio ha interpretato questo voto di fiducia, da domani gli italiani vorranno misurare lo spread tra parole e fatti”. Se non è un avviso di garanzia poco ci manca. Diversa invece, la situazione con Letta. Renzi ha seguito la scena dell’abbraccio e del lungo applauso con imbarazzo, al limite del fastidio. Era la sua giornata, perché me l’hanno rovinata sembrava pensare. “Dal 5 gennaio speravo di vivere questo momento. Bentornato Pier Luigi!”, scrive su Twitter Letta, con la foto del suo abbraccio in Aula alla Camera con Bersani. Il cinguettio invade la rete e in pochi attimi “affoga” quelli di Renzi. E allora le voci prendono corpo, consistenza. Secondo il copione che va  scrivendo  Renzi, il destino futuro di Letta dovrebbe essere Bruxelles. Primo passo candidatura alle europee in modo da fare da traino al Pd, puoi promozione a commissario europeo con un ruolo di primo piano, in modo da diventare il punto di riferimento del partito in Europa. Semmai si dovesse andare alle urne, Enrico sarebbe fuori dai giochi per Palazzo Chigi. Ma Letta accetterà? I suoi fedelissimi non dicono né si né no. Tacciono. Segno evidente che qualcosa si sta muovendo.  “Mai lasciare un lavoro a metà”, sussurrano maliziosamente alcune amazzoni renziane, decisamente più bellicose delle colleghe berlusconiane….