Renzi ha già in tasca la vittoria al congresso del Pd. Ma teme il flop dell’affluenza alle primarie del 30 aprile

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Un tripudio renziano. Dopo la serie di sconfitte rimediate tra elezioni amministrative e referendum, Matteo Renzi ha potuto brindare a una vittoria. Quella tra gli iscritti al Partito democratico. E l’entità del trionfo- il 68% contro il 25% di Andrea Orlando e il 6% di Michele Emiliano – sembra archiviare la sfida già al primo round: è difficile che Andrea Orlando possa ribaltare un esito così sfavorevole, anche se il ministro della Giustizia confida nel voto dei fuoriusciti, molti fedelissimi dell’ex segretario Pier Luigi Bersani, che senza tessera non hanno votato. Ma potrebbero farlo ai gazebo alle primarie del 30 aprile, sostenendo il Guardasigilli per abbattere il totem di Matteo.  Gianni Cuperlo, uno degli orlandiani di punta, ha ufficialmente lanciato il suo appello: “A tanti amici e compagni orfani di un partito diverso, dico di venire a votare il 30 aprile. Aiutateci ad ancorare il Pd alla sua natura e missione. Che è ricucire quello che Renzi ha strappato”. D’altra parte c’è un problema gigantesco: alcuni fondatori del Movimento democratico e progressista vogliono il fallimento delle primarie del 30 aprile.

La partecipazione inferiore ai 2 milioni di persone significherebbe che il Pd è effettivamente intorno al 25%. Così Mdp è diviso tra la tentazione di assestare un colpo all’avversario, andando ai gazebo, e quello di far scendere i numeri dell’affluenza, dimostrando che l’emorragia c’è stata con la scissione. Anche perché la vera misura del successo sarà l’affluenza alle primarie. Renzi ha bisogno di legittimare il risultato, ma è preoccupato dal rovescio della medaglia: oltre una certa soglia, vuol dire che ai gazebo vanno i sostenitori di Orlando e Emiliano. Intanto il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, prova a liquidare la questione: “Orlando dice che noi di Articolo Uno teniamo per Renzi. Renzi dice che noi di Articolo Uno lo vogliamo far fuori. Sono solo chiacchiere che non ci interessano”.

Scene di giubilo – Il giorno dopo il voto l’analisi è tutta incentrata sul magno gaudio dei renziani. Il motivo? Il Rottamatore è riuscito a conquistare l’apparato del Pd, benedicendo la fuoriuscita dei bersaniani. Ma a rendere evidente quanto sia stato importante il ruolo dei dirigenti è il dato al sud. “Importante il contributo all’affermazione della mozione Renzi che è venuto dal Mezzogiorno. A riprova della nuova centralità che abbiamo dato alla questione meridionale come questione nazionale”, ha annotato il ministro della Coesione, Claudio De Vincenti. In alcune zone la percentuale è stata superiore al 68% della media nazionale.  Un’inversione di tendenza sorprendente, che per gli avversari ha un solo significato: in alcune aree è stato decisivo il voto di apparato, che non è l’emblema di una rinascita di consensi nel meridione. Perché il Mezzogiorno, quel fatidico 4 dicembre, non è stato affatto tenero con Renzi. Orlando è consapevole che la partita sia complicata. Ma con una nota polemica sulla posizione dell’apparato: “Avevo contro tutto il Governo, tutti i governatori, il 90% dell’assemblea del Pd e tanti altri che spostano voti”.