Renzi non ne ha indovinata una. La Consulta boccia il suo Jobs Act

Jobs Act, nel mirino della Consulta gli indennizzi in caso di licenziamento. Se il Parlamento non interviene lo farà la Corte Costituzionale.

Migliaia di lavoratori l’hanno sperimentato sulla loro pelle. Ora però è la Consulta a ribadire la necessità di un nuovo intervento sul Jobs Act, per garantire tutele adeguate sui licenziamenti. Così la riforma voluta nel 2015 da Matteo Renzi per ridisegnare l’Art. 18 dello Statuto dei lavoratori si prende una nuova bocciatura.

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Jobs Act, nel mirino della Consulta gli indennizzi in caso di licenziamento. Se il Parlamento non interviene lo farà la Corte Costituzionale

Stavolta la Corte Costituzionale, pur dichiarando inammissibili le censure del Tribunale di Roma sull’indennità fino a 6 mensilità per i licenziamenti illegittimi nelle piccole imprese, rivolgono un monito al Parlamento.

“La materia, frutto di interventi normativi stratificati – si legge nella sentenza scritta dalla vicepresidente Silvana Sciarra -, non può che essere rivista in termini complessivi, che investano sia i criteri distintivi tra i regimi applicabili ai diversi datori di lavoro, sia la funzione dissuasiva dei rimedi previsti per le disparate fattispecie”. La Corte non è intervenuta in questo caso dichiarando l’incostituzionalità, ma avverte che in caso di inerzia del legislatore provvederà direttamente.

Il caso posto all’attenzione della Corte Costituzionale dal giudice del lavoro di Roma

Il caso è stato posto all’attenzione della Corte Costituzionale dal giudice del lavoro di Roma, chiamato a decidere sul ricorso proposto da una donna licenziata da un’azienda con meno di 15 dipendenti. Secondo il giudice romano il limite di sei mensilità per l’indennizzo non garantirebbe “un’equilibrata compensazione” e non fungerebbe da deterrente. Tra le soluzioni, si prospetta l’eliminazione del regime speciale previsto per i piccoli datori di lavoro.

La Consula ammette che “la specificità delle piccole realtà organizzative” non può giustificare “un sacrificio sproporzionato del diritto del lavoratore di conseguire un congruo ristoro del pregiudizio sofferto”. E che un’indennità così esigua, tra le tre e le sei mensilità, “vanifica l’esigenza di adeguarne l’importo alla specificità di ogni singola vicenda, nella prospettiva di un congruo ristoro e di un’efficace deterrenza”, che “concorra a configurare il licenziamento come extrema ratio”.

La Consulta, inoltre, ricorda che il numero dei dipendenti non rispecchia automaticamente l’effettiva forza economica del datore di lavoro: “Il criterio incentrato sul solo numero degli occupati non risponde, dunque, all’esigenza di non gravare di costi sproporzionati realtà produttive e organizzative che siano effettivamente inidonee a sostenerli”.

Al “vulnus” riscontrato la Corte costituzionale non può porre rimedio. Tocca al Parlamento

Al “vulnus” riscontrato la Corte non può porre rimedio, poiché spetta al legislatore adeguare le tutele. Ma “un ulteriore protrarsi dell’inerzia legislativa non sarebbe tollerabile” e indurrebbe la Corte, “ove nuovamente investita, a provvedere direttamente”.

“Quando hanno cancellato l’articolo 18 – contesta il segretario della Cgil, Maurizio Landini -, non hanno solo cancellato quell’articolo, ma è proprio cambiata la cultura. Oggi può capitare che una impresa che licenzia senza giusta causa, se perde paga un pò di soldi ma quella persona rimane fuori. E questo vuol dire che si è tornato a considerare il rapporto di lavoro come una pura merce che può essere comprata e venduta, che ha un prezzo, non che ci sono dietro una persona e dei diritti”.

Pubblicato il - Aggiornato il alle 11:07
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