Renzi peggio di Orbán, per qualche poltrona in più. Il solito rimpasto dietro gli attacchi al Governo sul piano anti-crisi

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Evidentemente non bastavano le minacce di veto nell’Ue di Viktor Orbán perché ora a mettere a rischio i fondi europei ci pensa Matteo Renzi. La sua missione – si sa – è quella di acchiappare più posti possibili, ovviamente utilizzando lo slogan ipocrita “non siamo attaccati alle poltrone”. Così quando ha capito che Italia Viva non sarebbe stata del giro nella Task Force prevista dal premier Giuseppe Conte per gestire i 209 miliardi di euro previsti dalla Unione Europea con il Recovery Fund, ha sbroccato ed ha (ri)cominciato, tramite Maria Elena Boschi, a minacciare il governo, tattica peraltro usata abbondantemente nel passato e che ha sortito qualche frutto.

La preoccupazione dell’ex premier sarebbe quella di una Task Force pronta a sostituire il governo e di un Facebook pronto a sostituire invece il Parlamento, ipotesi strampalate che albergano solo nei sogni immaginifici del senatore toscano. E poi ancora: “Voglio che ci siano i soldi del Mes per la sanità. Più soldi con il Mes e meno soldi agli amici degli amici”” (sic) che detto da lui suona quantomeno ilare visti alcuni precedenti. Come noto il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri (Pd) e il ministro dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli (M5S) dovrebbero guidare la “struttura di controllo” per l’accesso ai fondi Ue che prevede sei commissari per gestire circa trecento consulenti.

“Piatto ricco mi ci ficco”, ha pensato lesto lo scaltro adepto dell’Arno, sperando di capitalizzare anche la fronda interna ai 5S al Senato che però pare rientrata. Ma al di là del contingente, Renzi è un problema strutturale per il governo che viene costantemente ricattato. È una situazione a cui si deve porre un rimedio altrimenti i delicati meccanismi su cui si basa l’esecutivo finiranno con l’incepparsi. Renzi assomiglia sempre più, non avendone tra l’altro la caratura, all’azione del Partito Socialista di Bettino Craxi che si incuneò efficacemente negli anni ’80 tra Democrazia Cristiana a Partito Comunista lucrandone parecchio in termini di guida dell’esecutivo e sovrarappresentazione ministeriale.

Il Recovery Fund deve essere uno strumento per rimettere in movimento l’Italia e non per accontentare piccoli e astiosi cincinnati locali che ormai hanno esaurito la loro parabola politica. Occorre liberarsi da loro perché in questo difficile momento per la storia patria occorre collaborazione e buon senso.