Renzi si scopre giustizialista. Così dà un senso alla sua esistenza. L’ex premier a caccia di visibilità sul caso Di Matteo. Si professa garantista, ma ha già condannato Bonafede

di Giuseppe Vatinno
Politica

Matteo Renzi è iperattivo ed eccitato in questo periodo di pandemia come non mai, neppure quando portava uno smemorato Roberto Benigni alla Casa Bianca da Obama per distruggere l’ex “Costituzione più bella del mondo”. L’attrazione per i popcorn è troppo forte per lui e quando vede due “nemici” che litigano non perde occasione per sistemarsi nel divanone del villone sulle colline fiorentine e munito dei simpatici sgranocchietti di ordinanza si gode lo spettacolo. Ma tuttavia non resiste a fare lo spettatore passivo e deve dire la sua su tutto e tutti e quindi proprio lui che rifondò il populismo toscano di fanfaniana memoria – salvo poi accusare gli altri di praticarlo – ha detto che la vicenda del pm Nino Di Matteo e del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede è un “regolamento di conti tra giustizialisti”. Il ridurre i termini delle questioni semplificando fino al banale è antico e pernicioso visto italico, ma bollare il tema della giustizia, a cui comunque l’ex premier è molto sensibile – anche per motivi personali – è veramente troppo.

L’Italia si trova nel suo momento più difficile dalla nascita della Repubblica e lui cerca qualsiasi pretesto per picconare il governo di cui fa peraltro parte. Infatti subito dopo ha attaccato il ministro Spadafora sulla ripresa del campionato. La vicenda – ricordiamolo – nasce da una telefonata in diretta televisiva di Nino Di Matteo a Giletti con risposta – sempre in diretta – di Alfonso Bonafede, sulla vicenda di un’offerta fattagli per un ruolo di apice dell’amministrazione penitenziaria sarebbe poi stata ritirata dal ministro stesso, perché i capi mafiosi non erano contenti della nomina. Accusa indubbiamente grave che il ministro ha prontamente respinto ma su cui Renzi si è fiondato come un falchetto per cercare di destabilizzare il più possibile il governo e per avere un po’ di titoli sui giornali, cosa che indubbiamente ha ottenuto. Ma a che prezzo?

In un periodo difficile come questo, dove l’intera classe dirigente, giornalisti, politici, istituzioni dovrebbero essere di esempio per la popolazione, assistiamo al Renzi ciarliero e inopportuno che invoca Parlamento e Csm. Dare dei “giustizialisti” ai protagonisti significa non aver compreso i termini della questione o, il che è ancora peggio, averlo compreso ma ciurlare nel manico per meri interessi personali. Credere nella giustizia, credere nella magistratura, non è “essere giustizialisti”, ma aderire ad un sistema di valori che evidentemente, non deve piacere molto al senatore toscano, perché le regole per chi le vede come un fardello sono un peso insostenibile. Ed è proprio questa visione che ha perso l’Italia.

Abbandonando le regole si giunge al caos e all’anarchia, si cercano strade facili, sentieri comodi, compromessi conditi da immangiabili brodagli ideologici che oltretutto vengono cambiati ad ogni refolo di vento. E poi due parole su Massimo Giletti, alto sacerdote di un basso culto, latore di un giornalismo della piagnucolosa indignazione. Giletti pensa di essere un nuovo Montanelli che gira col pulmino i paesi italiani, invece della mitica Olivetti, per difendere il popolo contro le ingiustizie. Ma è del tutto evidente che finisce spesso per fare politica perché le sue trasmissioni hanno una direzione ben precisa, un obiettivo del tutto consono con quello del suo editore, e cioè indebolire il più possibile il governo. Alla faccia del popolo, naturalmente.