La resa con l’Iran mascherata da vittoria. Trump dice di aver schiacciato gli ayatollah, ma ora ammette: “costretto a firmare per evitare una crisi economica globale”

Trump dice di aver schiacciato l'Iran ma ora ammette di aver firmato "per evitare una crisi economica globale”.

La resa con l’Iran mascherata da vittoria. Trump dice di aver schiacciato gli ayatollah, ma ora ammette: “costretto a firmare per evitare una crisi economica globale”

Dopo la conclusione del conflitto contro l’Iran, il copione di Donald Trump sembra essere sempre lo stesso. Prima rivendica un “successo schiacciante” contro il regime degli ayatollah, poi si esibisce in qualche giravolta per giustificare un epilogo che, come raccontano diversi media americani, lascia l’amaro in bocca e più di qualche dubbio su chi abbia realmente vinto. L’ultima inversione di rotta, raccontata dallo stesso tycoon subito dopo aver firmato il memorandum di pace con Teheran, non sembra rafforzare la narrazione del leader americano.

Probabilmente nel tentativo di sottrarsi alle polemiche, Trump ha dichiarato al Financial Times di aver firmato l’accordo per evitare una “catastrofe economica globale” che avrebbe potuto verificarsi qualora il conflitto si fosse ulteriormente protratto. Parole che sembrano confermare le perplessità di molti osservatori americani: se avesse davvero vinto, non si comprenderebbe perché avrebbe dovuto affrettarsi a firmare l’intesa per scongiurare ulteriori conseguenze. Come se non bastasse, Trump ha anche negato di aver mai sostenuto che l’obiettivo del conflitto fosse il rovesciamento del regime di Mojtaba Khamenei, affermando invece che l’unico scopo fosse impedire a Teheran di dotarsi dell’arma atomica.

Peccato che per mesi abbia sostenuto l’esatto contrario, dichiarando più volte di voler “liberare il popolo iraniano”. E molto ci sarebbe da dire anche sulla questione nucleare. Al di là del fatto che l’Iran, secondo quanto sostenuto dall’intelligence americana, non fosse vicino a dotarsi dell’atomica, nel memorandum il tema resta ancora vago e richiederà ulteriori negoziati per arrivare a una definizione concreta. Ma non è tutto. Trump, sempre nel tentativo di mettersi al riparo dalle critiche e di presentarsi come un leader risoluto, ha sostenuto, senza apparire del tutto convincente, che “se l’Iran non si comporterà bene”, attuando il memorandum di pace, i bombardamenti riprenderanno.

L’euforia degli ayatollah che smonta la narrazione di Trump

Alla luce di tutto ciò e delle ricostruzioni impietose dei media americani, appare più che comprensibile l’euforia registrata a Teheran per un’intesa definita “storica” e che, secondo i dirigenti iraniani, rende il Paese “una potenza regionale” a tutti gli effetti. Il capo negoziatore iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf, come riporta l’Afp, ha messo il dito nella piaga: “L’accordo è la prova del fallimento degli Stati Uniti. La gente lo vedrà e giudicherà”. Ha poi aggiunto che Teheran applicherà tariffe alle navi che attraversano lo Stretto di Hormuz dopo il periodo di esenzione di 60 giorni previsto dal memorandum d’intesa con Washington. A conferma della posizione di forza rivendicata dagli ayatollah nei prossimi negoziati, il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghai, ha addirittura dichiarato che “ora è il momento di testare l’attuazione di questo accordo” da parte degli Stati Uniti.

Negoziati che, però, si preannunciano tutt’altro che semplici. L’Iran è infatti tornato a chiarire che una prosecuzione degli attacchi israeliani in Libano costituirebbe una violazione dell’accordo di pace che potrebbe riaccendere la miccia del conflitto. “Se le aggressioni del regime sionista contro il Libano continueranno, reagiremo”, ha spiegato Baghai, aggiungendo che “il regime sionista non vuole concedere la minima opportunità a qualsiasi processo diplomatico. Tuttavia, è responsabilità degli Stati Uniti costringerlo a rispettare gli impegni americani verso l’Iran”.

Netanyahu prova a far saltare l’accordo

Il problema è che Trump, malgrado i tentativi delle ultime settimane, non sembra riuscire a convincere Benjamin Netanyahu a fermare l’offensiva nel Paese dei Cedri, dove anche ieri si sono susseguiti pesanti raid. Anzi, come riporta Reuters, un funzionario israeliano ha ribadito che il primo ministro dello Stato ebraico non intende “ritirare l’IDF dalle sue posizioni nel Libano meridionale”. Proprio per questo, rivela la stessa fonte, Netanyahu starebbe portando avanti da giorni “colloqui tenaci” con Trump, poiché “non ha alcuna intenzione di fermare” le operazioni contro Hezbollah, nonostante lo stop ai combattimenti sia previsto dal memorandum siglato tra Washington e Teheran.

Ma c’è di più. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, che in passato ha espresso posizioni fortemente controverse, ha gettato ulteriore benzina sul fuoco con l’evidente intento di ostacolare i negoziati di pace. Il leader dell’estrema destra israeliana ha infatti dichiarato di voler “trasformare l’insediamento israeliano di Gevaot, in Cisgiordania, in una città”, rivelando che “è già stato approvato un piano per la costruzione di circa 800 abitazioni e si prevede di realizzarne migliaia di altre” nei prossimi mesi.

Tra Israele e Unione europea è scontro

Le posizioni muscolari di Israele hanno scatenato proteste internazionali e stanno complicando anche i rapporti con l’Unione europea. A rivelarlo su Facebook è stato il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar, che ha annunciato la decisione di “interrompere ogni rapporto con la signora Kallas finché non ritratterà l’accusa infondata mossa contro l’unico Stato ebraico, che è anche l’unica democrazia del Medio Oriente”. Secondo Sa’ar, l’Alta rappresentante dell’Ue per gli Affari esteri, Kaja Kallas, sarebbe colpevole di agire “da tempo in modo ossessivo e con una scandalosa mancanza di correttezza nei confronti dello Stato di Israele”, arrivando “recentemente a paragonare Israele al regime di apartheid che governava il Sudafrica”.

Parole durissime alle quali ha replicato la stessa Kallas: “Caro Gideon, come sai, l’Ue e Israele hanno molti legami che ci uniscono. Apprezzo il nostro dialogo e il nostro confronto e sono disponibile a continuare su questa strada, in modo rispettoso e costruttivo. Il dialogo è la base della diplomazia, specialmente quando emergono differenze. L’Ue è sempre impegnata per una relazione costruttiva con Israele”.

L’Alta rappresentante ha poi ricordato a Sa’ar che “per portare la pace in Medio Oriente, la soluzione dei due Stati rimane l’unica via percorribile”, aggiungendo che Israele starebbe rendendo “sempre più difficile” il raggiungimento di tale obiettivo. Tutto risolto? Affatto. Sa’ar, dopo aver letto la risposta della Kallas, ha sottolineato che l’Alta rappresentante dell’Ue non avrebbe negato il presunto paragone tra Israele e il regime sudafricano dell’apartheid e che, finché non lo farà, le relazioni reciproche resteranno congelate.