Rimpatri Ue, al Parlamento europeo si vota la svolta trumpiana sulla migrazione

Rimpatri, il voto di stasera al Parlamento Ue sul regolamento rimpatri chiude otto anni di trumpizzazione silenziosa

Rimpatri Ue,  al Parlamento europeo si vota la svolta trumpiana sulla migrazione

Il 27 gennaio 2017, tre giorni dopo la prima inaugurazione di Donald Trump, Manfred Weber, presidente del gruppo del Partito Popolare Europeo al Parlamento europeo, scrisse su Twitter una frase destinata a fare il giro del continente: «Noi non costruiamo muri, vogliamo costruire ponti». Era il tempo in cui l’Unione europea si presentava come argine alla barbarie, rifugio del diritto internazionale, custode di quella tradizione umanista che aveva reso la distinzione tra rifugiati e migranti – almeno nell’autonarrazione – qualcosa di diverso dall’America del muro col Messico.

Quel tempo è finito. Questa sera la commissione Libertà civili del Parlamento europeo vota la propria posizione sul regolamento rimpatri proposto dalla Commissione von der Leyen un anno fa. Non è cambiato solo il voto: è cambiata la grammatica.

Il testo dei muri giuridici

Il testo che il Ppe ha portato al voto con l’appoggio dei gruppi sovranisti prevede centri di detenzione extraterritoriali – i return hubs – in paesi con cui il migrante non ha alcun legame, tempi di trattenimento prolungabili oltre i due anni anche per i minori, misure investigative che autorizzano la polizia a entrare nelle abitazioni private, nelle chiese e nei rifugi. Amnesty International li chiama «centri di deportazione off-shore». Picum, la piattaforma europea per i migranti privi di documenti, parla di un «libretto di istruzioni» copiato dall’Amministrazione Trump. Equinox Initiative for Racial Justice dice che la profilazione razziale «diventerà indiscriminata una volta adottata questa legge».

Weber non ha commentato. Ursula von der Leyen nemmeno. Nessuno dei due si è espresso sulla detenzione di turisti europei negli aeroporti americani, sulle deportazioni nelle carceri di El Salvador, sui raid dell’Immigration and Customs Enforcement, l’agenzia federale americana per il controllo dell’immigrazione, nelle strade di città che si pensava fossero diverse.

Il silenzio non è imbarazzo. È convergenza.

L’Ue ha usato la crisi dei rifugiati siriani del 2015 come giustificazione perpetua. Undici anni dopo, quella data è ancora l’emergenza che legittima un apparato normativo costruito senza valutazione d’impatto e senza dibattito serio in plenaria. Nel frattempo, nei primi due mesi di quest’anno, almeno 650 persone sono morte nel Mediterraneo secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni.

La strategia di Meloni si fa strada

La “maggioranza Giorgia” – l’asse tra il Partito Popolare Europeo, i Conservatori di Ecr e l’estrema destra di Id – ha costruito il proprio spazio di potere esattamente su questo terreno. Il mandato negoziale sull’elenco dei Paesi sicuri approvato a dicembre portava la firma del relatore (Ciriani) di Fratelli d’Italia. Nicola Procaccini, copresidente del gruppo Ecr, ha dichiarato che in Europa si fa strada «la strategia italiana per contrastare l’immigrazione illegale». Il modello Albania – contestato dai tribunali italiani con ordinanze che il governo ha cercato di aggirare per via legislativa – è diventato il prototipo che l’intera architettura europea dei return hubs replica. Quello che in Italia sembrava uno scontro tra governo e magistratura, a Bruxelles è diventato legislazione ordinaria.

L’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione ha scritto che il nuovo quadro normativo «trasforma le procedure di asilo e rimpatrio in processi amministrativi rapidi e potenzialmente arbitrari». Il giurista Fulvio Vassallo Paleologo ha identificato previsioni in contrasto con il divieto di non-refoulement e con il divieto di espulsioni collettive sancito dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Ogni giudice dell’Unione potrà rinviare alla Corte di Giustizia il quesito sulla conformità ai Trattati. Il sistema è costruito su una crepa giuridica che il tempo renderà visibile.

E allora conviene tornare a quel tweet del 2017. Weber voleva costruire ponti. Li ha costruiti: con l’estrema destra, per demolire il diritto d’asilo. L’Europa si è trumpizzata senza Trump, per sua scelta, in modo ordinato e procedurale. Con i voti da contare, in commissione, questa sera.