Non si può rinunciare al corpo di Saman. E al dialogo con l’Islam. Nessuno cerca più la ragazza. Ma sull’integrazione si deve insistere

Saman Abbas
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Saman. Un nome che segnerà lungamente la nostra memoria collettiva: per la drammaticità di una storia di cui ancora ci è precluso l’epilogo; per il valore che la storia stessa assume inscrivendosi in un dibattito pubblico in cui il tema dell’integrazione dei musulmani in Italia è strumentalmente utilizzato da forze politiche antagoniste che propongono come dei mantra le proprie diversissime ricette.

Senza indugiare con la tipica morbosità di alcuni media su aspetti che ormai conosciamo a menadito, possiamo asserire che l’unico elemento di novità delle ultime ore sia costituito dalla sospensione delle ricerche del corpo della giovane durato ben sessantotto giorni e dall’avanzamento delle indagini per omicidio. La vera domanda che dobbiamo porci è: la storia di Saman Abbas (leggi l’articolo) è figlia dell’Islam, o si tratta di uno dei tanti femminicidi di cui spesso anche il nostro bel paese è teatro? Ed è qui che gli animi diventano incandescenti.

TRAGICHE TIFOSERIE. Le destre, in una brutale quanto ingiusta semplificazione, ritengono i musulmani non siano in grado di integrarsi nel tessuto democratico dello stato laico italiano senza tener conto, tra le varie cose, del sempre crescente numero di italiani che liberamente decidono di convertirsi all’Islam. Sono portatori di una cultura incompatibile con la nostra e provare ad includerli è velleitario, una battaglia persa in partenza. C’è chi invece, dall’altra parte, ritiene che quello di Saman possa essere potenzialmente annoverato (non essendo ancora stato ritrovato il corpo) tra i femminicidi, ignorando in nome di una miope inclusione di tutti “sempre e comunque” che esistono due Islam: uno “moderato” e uno “fondamentalista” e che è estremamente complesso discernerli l’uno dall’altro, anche perché la comunità musulmana gioca su questa ambiguità di fondo senza assumere con chiarezza una posizione limpida su numerose e sensibilissime questioni in materia di diritti e conquiste democratiche.

CAMBIAMO SCHEMA. Lo sforzo che si chiede oggi alla politica, partendo dal caso Saman, è quello di non assolutizzare le posizioni in maniera manichea, ma mitigarle alla luce del principio di realtà che restituisce una complessità di cui dobbiamo renderci interpreti. Nessuno ha il vademecum per risolvere un simile problema, ma descriverlo correttamente è il propedeutico step per la sua risoluzione. Agli autorevoli esponenti che siedono al tavolo della maggioranza – con le esplosive diversità che pur li contraddistinguono – si chiede la capacità di coltivare in maniera efficace l’integrazione con le comunità musulmane presenti in Italia senza che vi sia una demonizzazione di quella che resta la seconda religione al mondo per numero di fedeli; mentre a coloro che edulcorano le criticità di una cultura di cui è portatore una parte minoritaria del mondo musulmano (generalmente proveniente da zone rurali e di grande arretratezza e che non va identificata con la religione in toto) si chiede di superare la paura di non apparire abbastanza rispettosi del multiculturalismo. Affinché non vi siano più storie come quelle di Saman.