Rispetto delle donne. Dopo le leggi creiamo le sensibilità. I casi di violenza sono senza freno. Allora ripartiamo dalle basi culturali

Violenza donne
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Mi tremano le vene ai polsi, confesso. Non è un modo figurato di descrivere la rabbia. No, no. È ciò che mi sta accadendo realmente ora, mentre scrivo queste righe dedicate a noi donne vittime di un sistema che si nutre di retorica contro la violenza, ma che è totalmente inefficace nel difendere i nostri diritti.

Quali diritti? Ad esempio, quello di poter prendere un treno senza correre il rischio di ritrovarci in ospedale a fare il computo delle lesioni “visibili” (quelle invisibili, non si contano neppure e si fanno sentire per tutta una vita) combinato all’analisi delle tracce organiche presenti sul nostro corpo, quel corpo che uno o più balordi hanno violato.

Eppure, state certi, che per ogni donna abusata ci sarà qualcuno pronto a dire: “sì, ma hai visto com’era vestita?”, “a quell’ora avrebbe dovuto essere a casa!”, insomma le tante e tristemente note declinazioni del “se l’è andata a cercare”, spesso rivolte da donne ad altre donne. Il tutto condito da un principio di sospetto che mette in discussione la veridicità delle parole della vittima la cui prima vera e dolorosissima battaglia consiste proprio nell’essere creduta.

CHI SI VERGOGNA E CHI NO. Poi ci indigniamo per le donne che non usano, o non usano tempestivamente, il pur fondamentale strumento della denuncia. Oltre ad affrontare quel tremendo sentimento di vergogna, che anziché pervadere l’aggressore, si appropria dell’aggredita – come se fosse colpevole portatrice della macchia della violazione del corpo – la vittima deve lottare contro un sistema fatto di pregiudizi da scardinare in nome di una “rifondazione culturale” che parta dal basso.

Dovrebbe farci riflettere, sempre richiamandoci alla cronaca, il caso delle bambine che hanno subito violenza sessuale in un noto maneggio romano e le cui famiglie combattono da anni affinché sia fatta giustizia, salvo poi ritrovare la descrizione delle proprie figlie come provocatrici “ficcanaso” negli atti giudiziari.

FARE LUCE SEMPRE. Eleonora Daniele nel suo programma “Storie Italiane” non abbandona il caso e sta facendo luce, attraverso un buon uso del servizio pubblico, su un fatto che deve essere accertato – siamo tutti garantisti – ma che prevede una scelta di campo iniziale: la fiducia nei confronti delle bambine e delle famiglie che hanno denunciato, evitando di derubricare la vicenda al fervido lavoro di fantasia delle piccole. Creando così una rete di sostegno che protegga le vittime di abuso esortandole ad uscire allo scoperto.

LA RIVOLUZIONE CHE SERVE. È evidente che si debba intervenire con una rivoluzione culturale in merito alle questioni di genere, e non solo in occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne, introducendo anche dei deterrenti per chi opera nel settore. Mi spiego meglio.

Dal punto di vista legislativo è innegabile che molto sia stato fatto in questi anni: abbiamo rarificato la Convenzione di Instanbul; è stato istituito il reato di femminicidio; il Codice Rosso è diventato legge. E molto altro potrei ricordare. Ma enorme è la distanza tra questa dimensione normativa e la capacità di interpretarla adeguatamente da parte di tutti i soggetti coinvolti: dalle forze dell’ordine sino ad arrivare alla Magistratura. Perché la sensibilizzazione culturale generalizzata di tutti (partendo dalle scuole) e la formazione mirata di coloro che operano in un campo tanto delicato è condizione necessaria per combattere la violenza sulle donne in tutte le sue subdole forme. E chi non è in grado di difendere una donna essendo chiamato a farlo, si rende complice del suo aguzzino e deve rispondere.

Personalmente, sono del tutto convinta che in questo modo la reiterata violenza a opera di un partner maltrattante smetterà come per miracolo di essere trattata come una fisiologica dinamica conflittuale di coppia. Potrebbe essere un buon inizio.