Salta il processo agli 007 egiziani. La verità per Regeni può attendere. Dichiarato nullo il decreto di citazione a giudizio. Il legale dei familiari: premiata la prepotenza del Cairo

GIULIO REGENI
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Niente processo ai presunti responsabili del sequestro, delle torture e della morte di Giulio Regeni, trovato privo di vita il 3 febbraio 2016 in Egitto. Lo ha stabilito, dopo una lunga camera di consiglio, la terza corte d’assise di Roma che ha annullato il decreto che disponeva il giudizio e trasmesso gli atti al gup (leggi l’articolo).

VICENDA TRAVAGLIATA. È quanto stabilito nella prima udienza del processo a carico di quattro 007 egiziani accusati di avere sequestrato, torturato e ucciso il ricercatore Giulio Regeni nel febbraio del 2016, quando aveva solo 28 anni. In aula, davanti alla terza corte d’assise, anche i genitori di Regeni e la sorella già costituiti parte civile. Presenti anche gli avvocati dello Stato in rappresentanza della Presidenza del Consiglio, che hanno depositato istanza di costituzione di parte lesa.

A processo ci sarebbero il generale Sabir Tariq, i colonnelli Usham Helmi, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif. Le accuse sono molteplici, a seconda delle posizioni, e vanno dal concorso in sequestro di persona pluriaggravato, concorso in lesioni personali aggravate fino al concorso in omicidio aggravato. Certo è che non poteva passare inosservata l’assenza in aula degli imputati. In merito il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco nel corso del suo intervento ha parlato di “un’azione complessiva dei quattro imputati, e alcuni loro colleghi, compiuta dal 2016 e durata fino a poco fa, per bloccare, rallentare le indagini ed evitare che il processo avesse luogo in Italia.

Da parte loro per cinque anni c’è stata una volontaria sottrazione, vogliono fuggire dal processo. Sono finti inconsapevoli”. E come dargli torto? Dal 2016 ad oggi sono state infinite le attività da parte degli investigatori italiani per cercare di far luce sulla vicenda. Ma non si può di certo dire che l’Egitto abbia reso il lavoro semplice. Secondo Colaiocco, ci sono “almeno 13 elementi che dal 2016 a oggi fanno emergere che gli agenti si sono volontariamente sottratti” al processo. “L’Egitto non ha mai risposto sulle assenze”, ha detto il magistrato.

“Abbiamo fatto quanto umanamente possibile per fare questo processo, e sono convinto che oggi i quattro imputati sappiano che qui si sta celebrando la prima udienza”. Sono passati quindi quasi sei anni ma sono ancora molti i nodi da sciogliere. Il processo, infatti, non mette solo alla sbarra gli 007, ma tutto un Paese e le sue violazioni dei diritti umani. Fatto sta che l’assenza degli imputati evidenzia la mancata collaborazione da parte dell’Egitto che non ha voluto comunicare gli indirizzi per poter notificare loro gli atti. Un “no” che ha una ragione precisa, e che permette a uno Stato come l’Egitto di appellarsi al fatto che l’Italia abbia uno Stato di diritto con un funzionamento a tutela di indagati e imputati.

Ma la Procura di Roma dal canto suo chiede di interrogare, nel contraddittorio, l’ambulante che ha venduto Regeni agli egiziani, Mohammed Abdallah, il suo vicino di casa, chiunque abbia avuto un ruolo nel suo lavoro e nella sua morte, e i testimoni che hanno detto di aver visto Giulio nei nove giorni di prigionia, prima di essere ammazzato. La loro identità è ancora protetta, ma anche questo pone un ulteriore problema. L’impianto accusatorio, infatti, si basa fortemente su queste sei complessive testimonianze, che però – sempre per la procedura del processo italiano – devono essere sottoposte al contraddittorio per trasformarsi in prove, con il rischio che l’Egitto acquisisca l’identità di queste persone e ne influenzi la volontà.