Salvare il renziano Ferri. Così la Giunta per le immunità ha fregato il Csm. Depositata alla Camera la relazione Pittalis (FI). Che evita al deputato il processo disciplinare

Cosimo Maria Ferri
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Il salva-Ferri è pronto. Il relatore azzurro Pietro Pittalis ha ultimato e consegnato alla presidenza della Camera il rapporto con cui viene motivata la scelta della Giunta per le immunità di concedere lo scudo al parlamentare renziano Cosimo Maria Ferri (nella foto) ed evitare così che venga sottoposto a procedimento disciplinare dal Consiglio superiore della magistratura per il suo intervento all’hotel Champagne (leggi l’articolo), quando insieme a Luca Lotti, all’ormai ex pm Luca Palamara e a diversi membri del Csm vennero discusse le nomine di uffici giudiziari a cui, tra l’inchiesta Consip e quella Open, era particolarmente interessato il Giglio Magico, oltre che ad altri appuntamenti analoghi. La relazione dovrà ora essere discussa dall’aula e l’assemblea dovrà decidere se approvarla.

IL PUNTO. Nel rapporto presentato, Pittalis precisa che, dopo una serie di interlocuzioni con Palazzo dei Marescialli, “è stato possibile stabilire che la richiesta” per l’onorevole Ferri, di Italia Viva, “riguarda esclusivamente la captazione informatica effettuata per mezzo del Trojan Horse inserito” nel cellulare di Palamara ed è relativa a “conversazioni” a cui ha preso parte il deputato, avvenute il 9 maggio 2019 e i successivi 21 maggio, 28 maggio e 29 maggio.

Tutto a margine di un’azione disciplinare nei confronti del magistrato Ferri, in aspettativa per mandato parlamentare, promossa dal procuratore generale presso la Corte di cassazione il 5 luglio di due anni fa, nell’ambito di quello che è ormai noto come caso Palamara. Una vicenda particolare. Tanto che proprio Pittalis ha confermato che è la prima volta che la Giunta è chiamata a pronunciarsi su un procedimento disciplinare, “per di più peculiare come quello dei magistrati”.

Ma l’organismo presieduto da Andrea Delmastro Delle Vedove non si è perso d’animo, precisando subito che “l’utilizzo all’interno di un procedimento disciplinare degli atti di indagine compiuti in un procedimento penale, in cui l’incolpato (Ferri) non riveste formalmente alcuna qualità di indagato, presenta maggiori profili di criticità con riferimento all’applicazione dei parametri individuati dalla giurisprudenza della Corte costituzionale per stabilire la natura casuale oppure indiretta delle captazioni del parlamentare”.

Viene quindi aggiunto che già nelle indagini delle Procure di Roma e Messina, che hanno iniziato a compiere accertamenti su Palamara prima che della vicenda si occupasse la Procura di Perugia, un indagato aveva riferito che un secondo indagato, l’avvocato Piero Amara, aveva sostenuto di avere due “riferimenti chiari” nel Csm, facendo i nomi di Palamara e Ferri. Abbastanza per far ritenere alla Giunta che non si potessero considerare casuali le intercettazioni del parlamentare.

La Giunta non ha dubbi: Ferri è stato “bersaglio delle indagini, che erano in concreto indirizzate anche ad accedere nella sua sfera di comunicazioni”. Ecco dunque perché e come giustifica la Giunta la decisione di proporre all’assemblea di negare l’autorizzazione all’utilizzazione delle captazioni informatiche nei confronti di Ferri.