Salvini come Zingaretti. Si tiene gli inquisiti. Romeo, Molinari e gli altri. Al Carroccio l’onorevole piace pure se condannato

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram

Uno, nessuno, centomila Armando Siri. Non stupisce che il Carroccio si sia prodigato ieri in una difesa sperticata del sottosegretario alle Infrastrutture (senza deleghe), a cominciare dallo stesso Matteo Salvini. E non sorprende anche perché di guai con la giustizia il sottosegretario leghista, ne aveva già avuti. Come ha raccontato già tempo fa l’Espresso, infatti, la sua carriera politica è già macchiata da un patteggiamento per bancarotta fraudolenta nel 2015 a un anno e otto mesi dal Tribunale di Milano.

La vicenda riguarda la società che Siri presiedeva, MediaItalia, fallita sotto una montagna di debiti di oltre un milione di euro. Secondo i magistrati che hanno firmato la sentenza, prima del crack Siri e soci hanno svuotato l’azienda trasferendo il patrimonio a un’altra impresa la cui sede legale è stata poco dopo spostata nel Delaware, paradiso fiscale americano. Lui ha sempre sostenuto di aver patteggiato perché per le troppe spese del processo. Si dirà: “che scandalo, un indagato nelle file del Governo”. Peccato non sia l’unico.

A proposito di sottosegretari, infatti, non si può non menzionare Massimo Garavaglia, sottosegretario all’Economia, a giudizio per turbativa d’asta. Solo pochi giorni fa il pm ha formulato le richieste di condanna: 2 anni per il leghista che, in qualità di ex assessore lombardo all’Economia, avrebbe avuto un ruolo-chiave in una gara da 11 milioni di euro del 2014 per il servizio di trasporto di persone dializzate. Imputato in concorso anche l’ex vicepresidente della Regione Lombardia Mario Mantovani per il quale il pm ha chiesto 7 anni anni e 6 mesi.

C’è da dire, però, che Siri a Garavaglia sono in ricca compagnia anche tra le file parlamentari del Carroccio. Per lo scandalo rimborsopoli in Piemonte sono fioccate condanne in primo grado per il capogruppo leghista a Montecitorio, Riccardo Molinari (11 mesi) e per il membro della commissione Vigilanza Rai Paolo Tiramani (1 anno e 5 mesi) che, per via della legge Severino, era stato anche sospeso (salvo poi essere reintegrato) dalla sua carica di sindaco di Borgosesia.

Se saltiamo dal Piemonte alla Liguria, ecco che troviamo per un altro scandalo rimborsopoli il sottosegretario Edoardo Rixi, per cui la procura ha chiesto una condanna a 3 anni e 4 mesi. Stessa sorte per il senatore ed ex presidente del consiglio regionale Francesco Bruzzone. La sentenza è attesa per fine maggio. Ma intanto a pronunciarsi proprio su Bruzzone è stata pochi giorni fa la Corte dei conti, che ha condannato il senatore leghista a un risarcimento di oltre 33 mila euro. Le rendicontazioni prese in considerazione dalla procura contabile e contestate a Bruzzone sono quelle del 2008, quando lo stesso Bruzzone era consigliere regionale dell’allora Lega Nord. La procura contestava a Bruzzone le spese giudicate non inerenti all’attività istituzionale, come quelle di acquisto o noleggio di attrezzature, spese di trasporto, rimborsi per convegni o seminari.

In alcuni casi, la documentazione delle spese non riportava l’indicazione del beneficiario, in altri, invece, l’intestazione risultava aggiunta dallo stesso utilizzatore. Ma non è finita qui. Per lo scandalo delle “spese pazze” alla Regione Lombardia va anche peggio: un anno e 8 mesi per Massimiliano Romeo, attuale capogruppo della Lega al Senato. Condannati anche i due ex consiglieri, oggi deputati, Jari Colla e Fabrizio Cecchetti.

Nell’elenco di chi ha o ha avuto qualche problemino con la giustizia, c’è anche Cinzia Bonfrisco, attuale senatrice leghista e accusata di corruzione per aver favorito in cambio di denaro Gaetano Zoccattelli, direttore generale del Consorzio Energia Veneto. La parlamentare è stata premiata da Salvini con una bella candidatura alle elezioni europee. Anche in questo caso, però, la Bonfrisco non è da sola. Candidato, infatti, è anche Angelo Attaguile, ex responsabile di “Noi con Salvini” in Sicilia, esautorato per un’inchiesta sul voto di scambio, ma ripescato dalla Lega per strappare qualche voto in più nel Meridione.