Ospedali psichiatrici, non c’è fine

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di Carmine Gazzanni

Chissà se basterà ai circa mille detenuti degli ospedali psichiatrici giudiziari sapere che il presidente della Repubblica ha sì firmato l’ennesima proroga per la chiusura dei “luoghi di tortura” (come definiti dalla Commissione europea), ma “con estremo rammarico”. Magra consolazione se si pensa che proprio ieri le sei strutture ancora presenti sul territorio italiano avrebbero dovuto chiudere definitivamente e, invece, bisognerà aspettare un altro anno ancora. La Notizia, d’altronde, aveva già anticipato questa possibilità lo scorso 5 febbraio, sottolineando come le Regioni stesse avevano chiesto un rinvio addirittura di tre anni (al 2017). Alla fine si è scelto di allungare la vita dei sei manicomi “soltanto” fino al 2015. Il bicchiere, però, è certamente mezzo vuoto. E per diversi motivi. Innanzitutto non bisogna dimenticare che la proroga fa riferimento ad un decreto del 22 dicembre 2011 che, inizialmente, prevedeva la chiusura definitiva degli Opg al 31 marzo 2013. Tempi insufficienti, si disse poche settimane prima della scadenza. E allora ecco la prima proroga al 31 marzo 2014. Ma anche questa seconda scadenza non è stata rispettata e, nello stesso giorno in cui si sarebbero dovute chiudere le strutture, il consiglio dei ministri ha deciso per la seconda proroga.

Le ragioni del disastro
In pratica le Regioni avrebbero dovuto avanzare progetti per la riconversione degli Opg in Rems (Residenze per l’Esecuzione della Misura di Sicurezza) al ministero della Salute che, di concerto col ministero dell’Economia (che si sarebbe occupato del conteggio delle spese), avrebbe dato l’ok per l’avvio dei lavori. In totale stiamo parlando di 273 milioni stanziati dal governo per la riconversione dei 6 Opg in strutture regionali: 180 per la riconversione delle strutture, più altri 93 per il personale. Soldi che però, allo stato attuale, rimangono congelati. Nessuno ha utilizzato un solo centesimo per ritardi colossali nella presentazione dei progetti da parte delle Regioni. Nella relazione stilata dal ministero della Salute e presentata al Parlamento lo scorso 18 dicembre, infatti, si sottolinea ad esempio come non tutte le Regioni abbiano rispettato i tempi: il Veneto non ha presentato alcunché tanto che “è stata avviata la procedura di commissariamento” con tanto di diffida per il governatore Zaia. Per quanto riguarda Friuli, Liguria, Emilia Romagna, Marche, Lazio, Campania, Calabria e Sardegna si è in attesa di pubblicazione del decreto in Gazzetta Ufficiale. Per tutte le altre Regioni si è invece ancora “in attesa del concerto tecnico finanziario del ministero dell’Economia”. Insomma, ritardi di ogni genere. E non è detto – come confermano le associazioni contro gli Opg interpellate da La Notizia – che la proroga venga ancora una volta disattesa. “Se le Regioni hanno chiesto un rinvio fino al 2017, perché mai ora dovranno rispettare la proroga al 2015? ”.
Il nodo
In un dossier pubblicato il 27 marzo, il movimento “StopOpg” ha ribadito come quella delle Rems non sia affatto la strada da seguire: le 16 strutture regionalizzate previste, infatti, non saranno assolutamente differenti rispetto ai sei manicomi esistenti. “Anziché chiudere definitivamente gli Opg – dicono dal movimento – si è scelto un compromesso che finisce solo per regionalizzare la realtà esistente, senza risolvere il problema alla radice”. Anche se ridotti per dimensione e si dice ‘più ordinati e sanitarizzati’ – denuncia infatti l’associazione – le Rems “restano dei luoghi di sofferenza, separazione e custodia”.