Se il partito azienda sbaglia i vertici

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di Maria Giovanna Maglie

Pare che serva un nuovo segretario con più “quid” di Alfano, pensa tu, e dei nuovi coordinatori, anche se non si capisce di cosa. Il Popolo della libertà è un calderone, anzi lo è sempre stato.
Gli ammessi al soglio ci dicono che il progetto su cui sta ragionando il Cavaliere prevederebbe una rivoluzione nel modo stesso di intendere il partito, ovvero, addio Pdl in quanto forza politica strutturata secondo i vecchi schemi e riti, e avanti tutta su una struttura snella, senza tessere e sedi locali, capace di autofinanziarsi, e soprattutto non imbrigliata in scale gerarchiche. Ma quando è stato sul serio diverso da così? Non basta, viene fatto notare che Berlusconi tornerà ad essere il vero e solo deus ex machina del partito, anche se ci potrà anche essere la figura di un coordinatore o ruolo analogo, meglio un soggetto con un incarico sulla falsa riga degli amministratori delegati d’azienda.
Fantastico, dove pensa il Cav di trovarne in grado di non far fallire la fabbrichetta? Berlusconi avrebbe anche elencato alcuni nomi come esempio e ambizione verso cui mirare: Montezemolo, Barilla, Todini, Averna, Benetton, Marchini. Fulminante, mi ha anticipato su Libero Maurizio Belpietro: fanno il partito dei carini, di bella presenza e se possibile di bella sostanza, da contrapporre alla sinistra di Renzi.
Ma, scrive Belpietro, non bastano volti nuovi per cambiare il partito: servono programma e idee. Servirebbe la rivoluzione liberale.

Un leader quasi ottantenne
Tra gli scettici c’è anche chi osa sollevare la questione anagrafica. Così si tornerà ancor più di adesso a un partito del leader, incentrato sulla figura del capo attorno al quale ruotano le future leve, ma se guardiamo il calendario e lasciamo perdere i processi, se diamo per probabile che non si andrà a votare prima di un anno perché il Cav non vuole il voto prima, che in ogni caso nel 2014 ci sono le europee e poi inizierà il semestre di presidenza italiana dell’Ue (in cui è difficile che Napolitano sciolga le Camere), si rischia di andare alle urne con Berlusconi quasi ottantenne che dovrebbe sfidare il giovane Renzi. La verità? Il Cavaliere è tornato a concentrarsi sui suoi processi e sulla imminente pronuncia della Corte sul ricorso contro il negato legittimo impedimento nell’ambito del processo Mediaset, sentenza attesa per il 19 giugno.

La scomparsa degli alleati
Certo, la sconfitta del centrodestra alle recenti amministrative è anche l’effetto congiunto di un calo di consensi del Popolo della libertà con una ben più marcata riduzione di consensi, diciamo scomparsa, delle altre sigle che in un modo o nell’altro hanno avuto in passato o mantengono un’alleanza con il partito “personale” di Silvio Berlusconi. Il gruppo dirigente del Pdl dovrebbe dunque preoccuparsi anche di questo secondo, e non marginale, aspetto: l’annichilimento della componente elettorale proveniente da Alleanza nazionale (da non confondersi con il suicidio politico di Gianfranco Fini) e la forte crisi della Lega alle prese con un ricambio al vertice che non riesce. Infine, la riduzione dell’Udc a un ruolo di comparsa nell’ambito di una declinante formazione centrista. I leader dei partiti che hanno pensato di fondare le loro speranze sul disfacimento del Pdl “personalista” hanno fallito miseramente ma il Pdl sembra un mostro cannibale e a nessuno conviene coalizzarsi con un partito che tende ad annullare i suoi alleati. Si potrebbe obiettare che l’altro, il Partito Democratico, è un partito molto forte, molto interessante, che a pochi giorni dal buon risultato ottenuto alle elezioni comunali dimostra però ancora una volta di essere fuori di testa, che a pochi giorni dal sonoro cappotto al Pdl, si ritrova nuovamente in una lotta fratricida fra tante piccole correnti, con simpatiche conseguenze. I vecchi nemici si scoprono improvvisamente grandi amici, i fustigatori di correnti si ritrovano tutti allegramente riuniti in una corrente, gli anti renziani si scoprono improvvisamente renziani, i bersaniani si scoprono anti bersaniani, un ex leader considera un successo personale la vittoria che il suo partito ha ottenuto dopo le sue dimissioni, eccetera. Ma non ci si consola con le disgrazie altrui, nella vita come in politica.