Se la magistratura si sveglia sul sodalizio Bazoli-Zaleski

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di Cinzia Meoni

Solo un anno fa si parlava di un possibile matrimonio tra colossi bancari, Intesa Sanpaolo da una parte e Unicredit dall’altra. Chiacchiere di mercato, fantafinanza, anche se alla base di un’indiscrezione ben confezionata c’è spesso almeno un fascicolo. Ma trascorso un anno in cui i due istituti si sono spesso trovati su fronti opposti (a cominciare dall’aumento di capitale di Rcs di cui Ca’ de Sass era anche azionista, mentre Unicredit non è neppure entrata nel consorzio di garanzia), il clima si sta facendo incandescente. Le due anime, ovvero Intesa Sanpaolo più banca di sistema, Unicredit con una più spiccata propensione per l’internazionalizzazione al punto da mal sopportare l’ancora nel Belppaese, rischiano di arrivare quanto prima ad un punto di rottura. Già a settembre.

La mina Zaleski
Il primo casus belli è la possibile liquidazione della Carlo Tassara di Romani Zaleski, una finanziaria pura giunta al terzo round di ristrutturazione dell’ingente debito (2,24 miliardi di euro) nel giro dei cinque anni. Per Unicredit (esposta verso la finanziaria per 500 milioni di euro, coperti da garanzie adeguate) è arrivato il momento di dire basta. L’istituto di Piazza Cordusio, guidato dall’ad Federico Ghizzoni, vorrebbe procedere al rientro, anche attraverso la vendita degli asset. Intesa Sanpaolo è invece esposta per la bellezza di 1,2 miliardi, non adeguatamente assistiti da garanzie. Ma gli stretti rapporti con la Tassara spingerebbero la banca verso una soluzione più morbida. La liquidazione della finanziaria porterebbe tuttavia conseguenze su tutto il sistema, con la cessione di pacchetti delicati nei principali gruppi finanziari del Paese e i conseguenti rischi sugli assetti proprietari.

Le partecipazioni
Nella finanzaria di Zaleski sono infatti custoditi l’1,17% di Mediobanca, lo 0,68% Generali, l’1,7% di Intesa Sanpaolo, l’1,42% di Ubi Banca, il 2,5% di A2A, l’1,73% di Cattolica, lo 0,25% di Bpm, l’1,14% di Mps e addirittura il 19% di Mittel, altro salottino buono di Piazza Affari. Le attività della Tassara sono infatti pressoché tutte partecipazioni in società quotate accumulate negli anni ruggenti del listino, e rapidamente svalutatesi con la recessione (nel 2011 erano a bilancio per 2,3 miliardi di euro oggi le stime per l’intero portafoglio non superano la metà). Complessivamente la Carlo Tassara è esposta per 2,24 miliardi di euro di debiti verso le banche. Oltre a Unicredit e Intesa, tra i gruppi esposti verso la finanziaria ci sono anche Mps (che vanta crediti per 200 milioni) e Ubi (esposta per 150 milioni). Le banche straniere sono uscite tutte entro il 2008, agli albori della crisi.

Lo spettro della magistratura
La speranza di tutti è che il fascicolo relativo alla Tassara non finisca in tribunale dove potrebbe essere chiesto conto alle banche italiane delle ragioni per cui hanno proseguito per quattro anni a rinnovare linee di finanziamento nonostante la situazione avanzata di crisi. Il fatto che la finanziaria di Romain Zaleski acquistasse partecipazioni bancarie non è infatti un dettaglio da trascurare in un possibile procedimento penale.

La partita Telecom
La battaglia in corso tra i due istituti si gioca, sempre a settembre, anche su un altro terreno di scontro: quello di Telecom Italia. Il 16 settembre infatti scade la prima finestra utile di uscita dal patto di Telco (il vincolo scade nel 2015), la newco a cui fa capo il 22,4% del capitale dell’azienda tlc. Telco è partecipata da Telefonica (al 46,18%), Intesa Sanpaolo (all’11,62%), Generali (al 30,58%) e Mediobanca (all’11,62%). Non è una data da sottovalutare e non solo per le prese di distanza manifestate, negli ultimi mesi, da diversi cda (sia Mediobanca che Generali hanno fatto capire che la partecipazione non è più coerente con la strategia del gruppo). A ottobre infatti scade una linea di finanziamento di Telco da un miliardo, insomma i soci della newco saranno chiamati a mettere mano al portafoglio. E non tutti avrebbero voglia di continuare a partecipare alla costosa avventura nelle telecomunicazioni. Anche in questo caso infatti le posizioni divergono diametralmente. Unicredit appoggerebbe la posizione di Mediobanca (di cui è primo azionista con l’8,69% del capitale) e di Generali (di cui Piazzetta Cuccia è azionista di riferimento con il 13,46% del capitale), di lasciare il gruppo tlc al proprio destino, o quanto meno di non rinnovare la leadership nella mani attualmente di Franco Bernabè (presidente esecutivo della società). Intesa Sanpaolo invece sarebbe per confermare lo status quo, rinviare ogni decisione sui destini del colosso tlc a una nuova data e, nel frattempo, trovare una soluzione strategica appropriata per il colosso tlc, prima di lasciarlo al suo destino. Una spaccatura dei soci italiani in Telco, per di più uno scenario aggravato dall’incombente crisi politica, potrebbe mettere a rischio la cosiddetta italianità del colosso tlc e soprattutto della sua rete.

I problemi di Siena
In questo scenario bancario, vale la pena citare un ultimo fronte di battaglia, questa volta intestina. Oggi si riunisce di nuovo, dopo le ultime fumate nere, deputazione generale della Fondazione Mps chiamata a designare nuovi vertici dopo le ultime fumate nere. Il nuovo Statuto ha infatti complicato il processo e reso meno scontate le nomine. Il vertice avrà un ruolo cruciale nel piano di risanamento di Mps voluto da Alessandro Profumo. La Fondazione detiene il 33% di Rocca Salimbeni, una quota destinata a ridursi significativamente con l’avanzare del processo di risanamento.

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