Seid Visin suicida per razzismo? La lettera pubblicata da Mamme per la Pelle e la vera storia raccontata dal padre Walter

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Seid Visin si è tolto la vita giovedì 3 giugno a Nocera Inferiore. 20 anni, nato in Etiopia e adottato da una famiglia italiana, aveva giocato nelle giovanili del Milan e del Benevento, ma poi aveva lasciato il calcio. E ieri il motivo del suo suicidio si è trasformato in un dibattito infinito, finché non sono intervenuti i suoi genitori.

Seid Visin suicida per razzismo? La lettera pubblicata da Mamme per la Pelle

La storia comincia con un post su Facebook. Lo pubblica il 4 giugno la pagina Mamme per la Pelle, riprendendo una lettera scritta dal ragazzo in cui lui racconta di discriminazioni subite in Italia.

Qualche mese fa ero riuscito a trovare un lavoro che ho dovuto lasciare perché troppe persone, prevalentemente anziane, si rifiutavano di farsi servire da me e, come se non bastasse, come se non mi sentissi già a disagio, mi additavano anche la responsabilità del fatto che molti giovani italiani (bianchi) non trovassero lavoro.

Dopo questa esperienza dentro di me é cambiato qualcosa: come se nella mia testa si fossero creati degli automatismi inconsci e per mezzo dei quali apparivo in pubblico, nella società diverso da quel che sono realmente; come se mi vergognassi di essere nero, come se avessi paura di essere scambiato per un immigrato, come se dovessi dimostrare alle persone, che non mi conoscevano, che ero come loro, che ero italiano, che ero bianco.

Mamme per la pelle è “un’associazione apartitica di madri i cui figli possono subire discriminazioni per le loro origini”. Il giorno dopo alcuni brani di quella lettera finiscono sul Corriere della Sera e indignano l’Italia. Anche perché l’associazione, prima di modificare il post, l’aveva presentata come la “lettera d’addio” del ragazzo. Poi aveva modificato il post, aggiungendo che la lettera era stata scritta “alcuni mesi fa”.

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“Fino a Seid non avevano voce, i nostri ragazzi — dice Gabriella Nobile dell’associazione — Ora sì. Le sue sono parole di disperazione, anche se appartengono a un momento diverso”.

“Il suicidio di Seid non c’entra con il razzismo”

Nella storia entra anche la psicoterapeuta che aveva in cura Seid, Rita D’Antuono D’Ambruoso. È a lei che Seid indirizza la lettera quando la scrive, e lei stessa su Facebook, pur non potendo (per evidenti motivi professionali) entrare nel merito della questione, dice qualcosa sulla vicenda.

Di fronte a certi fatti, sconvolgenti, dolorosi, siamo portati a cercare spiegazioni, informazioni dettagliate, particolari minuziosi, per poter dire a noi stessi che è successo per “quel” motivo. Abbiamo bisogno di sapere perché, ma, in fondo, abbiamo bisogno di sapere se c’è qualche probabilità che capiti anche a noi. E allora per rassicurarci, per prendere le distanze, iniziamo a raccontarci (e a credere) che sia successo per un motivo specifico. Ché dire a noi stessi che potrebbe capitare a chiunque, compresi noi, sarebbe troppo difficile da tollerare.

E allora scegliamo un’altra strada, qualche volta quella che ci fa “sentire buoni”, “accusatori”, o che, semplicemente, ci fa vendere qualche giornale in più. Fate pure, se vi va, però, potrebbe essere un’occasione (non certo buona, perché in questo fatto non ci vedo proprio niente di buono ) per aprire una riflessione, ampia, sull’animo umano e le sue mille sfaccettature.

Ieri, in chiesa, la lunga lettera di Seid è stata letta fra gli applausi e le lacrime. Ma Walter Visin, il padre, ha escluso che i fatti raccontati nella lettera siano all’origine del suo gesto. Visin è stato dirigente sindacale Uil, le sue lotte contro gli incidenti sul lavoro sono note nel Salernitano. “Era una cosa vecchia, che risale a tre anni fa. Era stato uno sfogo, Seid era esasperato dal clima che si respirava all’epoca in tutto il Paese. Ma nessun legame con il suo suicidio, basta speculazioni. Farò una smentita pubblica, se necessario. Seid era molto amato e benvoluto, al suo funerale stamattina c’erano tanti ragazzi come lui e intere famiglie”.

Walter Visin: il padre di Seid spiega la sua morte

Visin conclude: “Ci sono tante cose di cui tener conto, in questi casi, ma sicuramente le discriminazioni non c’entrano. Non voglio parlare delle questioni che riguardavano mio figlio da vicino, delle sue sofferenze personali. So che era un ragazzo straordinario, e tanto basta”. Nocera ieri ha salutato con affetto quel giovane sorridente che amava il calcio, il ballo e il teatro. La chiesa è gremita per i funerali, c’è il sindaco Manlio Torquato, gli amici indossano magliette con la scritta “Arrivederci fratello” e “Ciao talento”.

Seid aveva i numeri per diventarlo, un talento: ad accorgersene, nel 2014, fu il Milan che lo scovò nella scuola calcio Azzurri di Torre Annunziata e decise di portarlo a Milanello, bruciando la concorrenza di altri club. Visin – che in ritiro condivideva la stanza con Gianluigi Donnarumma – si mise subito in evidenza. La malinconia, però, poco dopo prese il sopravvento e a 15 anni il giovane provò ad avvicinarsi a casa, passando al Benevento nella stagione 2016/2017. Dopo sei mesi trascorsi nel settore giovanile sannita tuttavia scelse di tornare a Nocera Inferiore per dedicarsi esclusivamente allo studio. Frequentava giurisprudenza e fino a prima del covid militava in una formazione locale di calcio a cinque, l’Atletico Vitalica.

La vera storia del suicidio di Seid Visin

A La Stampa Visin ha raccontato le circostanze del ritrovamento del corpo. “Abbiamo trovato nostro figlio impiccato e nessun messaggio vicino il suo corpo. Nessuna ultima lettera. Quello era un post Facebook scritto quasi tre anni fa. Nostro figlio, come la sua famiglia, era a favore di qualsiasi essere vivente. In quel periodo c’era il blocco da parte del governo italiano degli immigrati in mezzo al mare. Questo provocava sofferenza in tutti noi”.

E gli ultimi mesi di vita di suo figlio, dove si nasconde la vera storia del suo suicidio: ” Era iscritto all’Università di Milano. Si era fidanzato con Sara, una bella ragazza finlandese. Insieme avevano deciso di vivere nella sua nazione dove il covid non era così minaccioso come da noi.. Poi da qualche mese era tornato a casa. Era tornato diverso. Ma queste sono storie private della nostra famiglia, dove nessuno  in questo momento deve entrare. Perché stiamo soffrendo molto. E il nostro dolore non deve essere strumentalizzato, da nessuno”.

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