Gli strateghi dei Compagni non sono più quelli di una volta. La minoranza Pd rompe le trattative sul nuovo Senato. E Renzi porta subito la riforma in Aula

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Alle cinque della sera di un martedì non proprio da leoni, la battuta che circolava con maggior insistenza nel Transatlantico della Camera, il salone dei passi perduti di Montecitorio, era più o meno questa: “Qui viene giù tutto e si va tutti a casa”. Nulla di nuovo, come stile e contenuto, dato che ai parlamentari di ambo gli schieramenti interessa molto di più la propria poltrona che il destino degli italiani. In fondo, avendo a che fare con la brava gente, alla fine si adeguano. Chi ha deciso di non adeguarsi più è la minoranza del Partito democratico che, dopo estenuanti tira e molla, ha deciso di scagliare la palla in tribuna, mandando in fibrillazione la maggioranza. Oggetto del  contendere il cosiddetto Ddl Boschi, che ha al suo interno tutte le riforme costituzionali e, quindi, anche la riforma del Senato. La minoranza accusa la maggioranza di aver portato la discussione su un “binario morto”. Il ministro delle Riforme, Maria Elena Boschi,  tende a smorzare, smussare. “Non è saltato nessun tavolo. Noi continuiamo a lavorare a un accordo. Dispiace per chi lascia il tavolo quando si sta lavorando ad un accordo”, dice ai giornalisti senza mai mollare il sorriso d’ordinanza.

Tuttavia la realtà è che il governo appare stanco della continua melina della minoranza Pd e si appresta a far passare il testo e i suoi oltre 500mila emendamenti direttamente in Aula. Lo stesso premier ribadisce che “entro il 15 ottobre la legge di stabilità deve essere presentata in Senato e questo rende anche ragione della data del 15 ottobre per la conclusione delle riforme”. Una indicazione, quella di Matteo Renzi, dalla quale bisogna partire per ragionare sul tema delle riforme. Nel dibattito interviene anche Forza Italia. La maggioranza “andrà alla conta e spero che facciano bene i conti”, sottolinea il capogruppo di  FI al Senato, Paolo Romani. Il nodo da sciogliere resta sempre lo stesso, quello dell’articolo 2 che stabilisce che i senatori non saranno più eletti in maniera diretta dai cittadini. Una questione che il governo non vuole riaprire, ma che tutte le opposizioni e la minoranza Pd sì. Se sulla questione si possa discutere ancora lo dovrà decidere il presidente del Senato Grasso ( il testo approvato dalla Camera rispetto a quello del Senato ha una differenza determinata da una preposizione che potrebbe portare Grasso a riaprire la vicenda).

Intanto però la presidente della Commissione Affari Costituzionali Finocchiaro (Pd) nell’esame degli emendamenti al Ddl Boschi sulle riforme, ha ribadito la posizione fatta propria anche dal governo e cioè che erano da considerare inammissibili gli emendamenti all’Articolo 2 a meno che non ci fosse stato un accordo politico da parte di tutti i gruppi.  Accordo che non ci sarà, almeno in Commissione, visto che, a questo punto il gruppo del Pd chiederà quanto prima (probabilmente già domani) di calendarizzare direttamente per l’Aula il testo di riforma costituzionale. I Dem, infatti, secondo quanto si apprende da fonti maggioranza, avrebbero deciso di accelerare i tempi di esame evitando che il ddl Boschi “resti impantanato ancora a lungo in commissione”. La cosa però ha fatto saltare i nervi al presidente del Senato, Pietro Grasso, che ha lasciato precipitosamente un convegno a cui stava partecipando alla Camera, adducendo come spiegazione una “situazione di emergenza”, per aver letto, tramite un’agenzia che cita fonti di Palazzo Chigi, che oggi terrà una conferenza dei capigruppo che il presidente Grasso non aveva ancora convocato e di cui, ovviamente, non erano informati i presidenti dei gruppi parlamentari”. E’ quanto trapela da ambienti della Presidenza del Senato, che lasciano intendere la forte irritazione per una procedura fuori dagli schemi istituzionali.  Chi va sostenendo che viene giù tutto forse non ha tutti i torti.