Sentenze-show e ritardi colossali

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram

dalla Redazione

Dall’Eternit alla strage di Bologna, passando per Stefano Cucchi fino ad arrivare ai casi dei tanti finiti in carcere e alla gogna mediatica per poi essere assolti. Sembrerebbero spaventosi voli pindarici: storie diverse con finali altrettanto differenti. Eppure parliamo di facce della stessa medaglia. Una medaglia che narra di una giustizia che, così com’è, non funziona. Non funziona perchè, pur riconoscendo che Cucchi sia stato ucciso, non è in grado di trovare un solo colpevole tra le decine di agenti e infermieri che sono stati a contatto con il povero Stefano la notte della sua morte. Non funziona perchè sono troppi i casi di vite rovinate semplicemente perchè messi alla gogna, casomai incarcerati preventivamente (come ad esempio capitato di recente a Caltagirone Bellavista), per poi ottenere assoluzione piena quando, però, era ormai troppo tardi e la vita pubblica era bella che rovinata. Non funziona perchè dopo anni di udienze, per indagini che contestano fatti che addirittura risalgono al 1966, l’imprenditore di una multinazionale, l’Eternit, passa da una condanna in primo grado a 18 anni per essere stato responsabile della morte di oltre duemila persone, al nulla più totale perchè il reato, nel frattempo, è caduto in prescrizione.
E non funziona, infine, perchè non ha alcun senso nè tantomeno credibilità una sentenza di risarcimento da due miliardi contro Fioravanti e Mambro per i fatti di Bologna. Perchè è ovvio che i familiari delle vittime non otterranno mai tale somma. A meno che non la si faccia ricadere su tutte le generazioni a seguire. Ma la domanda nasce spontanea: è giustizia questa? Che senso ha far pagare innocenti per colpe dei propri avi? Il solo pensiero di una situazione nella quale un bimbo nasce e già è condannato, parla di una giustizia malata. A tratti medievale, a tratti postmoderna nel sadico desiderio di non guardare in faccia nessuno pur di ottenere le luci dei riflettori. La riforma della giustizia, forse, dovrebbe partire proprio da qui. A nulla serve snellire la mole dei processi, se prima non si comincia da una rivoluzione culturale prima ancora che burocratica e amministrativa. Perchè la giustizia ha l’obbligo di essere certa e coerente. Di essere, se vogliamo, “giusta”. Altrimenti, non ci resta che dar ragione a Pascal per il quale “non potendo far sì che ciò che è giusto fosse forte, si è fatto sì che ciò che è forte fosse giusto”.