Sessanta miliardi in mazzette. Ma allo Stato danno fastidio solo i controlli

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di Clemente Pistilli

Tutti in Italia vogliono combattere la corruzione. E’ una piaga che costa allo stato 60 miliardi di euro l’anno. A parole l’impegno è massimo. I fatti sono diversi. Lo mette nero su bianco l’Anac, l’Authority che si occupa di contrastare e prevenire il fenomeno, di monitorarlo e di vigilare sulla trasparenza delle amministrazioni pubbliche. A un anno di distanza dall’apposita legge varata dal Governo Monti, l’Autorità nazionale anticorruzione ha stilato un rapporto e tratteggiato un quadro desolante. Quelli che hanno promesso di lottare contro la logica delle mazzette sono i primi a soffrire la legge. Fanno orecchie da mercante ai vari richiami e alla fine fanno altre leggi con cui svuotano la prima.

Remano contro
Politica e apparati dello Stato non hanno dato di certo una mano a far decollare la legge anticorruzione. Amministratori e funzionari sono apparsi preoccupati di più dei controlli sulla loro attività che di frenare gli illeciti. L’Anac non usa mezzi termini: “Nel primo anno di applicazione della normativa abbiamo rilevato che le norme di più diretta rilevanza per i vertici politici ai vari livelli di governo e la disciplina della inconferibilità e dell’incompatibilità e degli obblighi di trasparenza per gli organi di indirizzo politico hanno suscitato particolare attenzione e preoccupazione all’interno delle amministrazioni”. Per l’Authority la politica non si è affatto impegnata nella lotta. Quella che, dopo un lungo dibattito, aveva visto un po’ tutti d’accordo sulla legge che porta il nome dell’allora guardasigilli Paola Severino.

Norma schivata
Un aspetto evidente andando a vedere le nomine del responsabile prevenzione della corruzione. Nonostante i solleciti dell’Authority, il responsabile non è stato nominato da tutti gli enti pubblici e neppure dai ministeri. Hanno provveduto la Presidenza del Consiglio, 10 Ministeri su 13, 62 enti pubblici nazionali su 82, una delle due agenzie fiscali. Peggio poi se si passa a vedere quel che è successo negli enti locali. Il responsabile anticorruzione è stato nominato soltanto da 7 consigli regionali su 20, da 50 Province su 110, da 2765 Comuni su 8092, da 104 Aziende del servizio sanitario nazionale su 303 e da appena 32 Comunità montane su 332. Al Nord brilla la Valle d’Aosta, con la nomina fatta nel 64% dei Comuni, mentre il Trentino si è fermato al 13%, al centro l’Umbria, con un 49%, contro il 28% del Lazio, e al sud la Basilicata, che vanta un 44%, dinanzi al 21% del Molise. “La questione non è di poco rilievo – sottolinea l’Authority – considerando che tale figura costituisce il perno organizzativo dell’attuazione delle politiche di prevenzione della corruzione”. Peggio: “Al tempo stesso, un insieme eterogeneo di soggetti, con interpretazioni mirate e poco sistematiche della normativa, invocano presunte specificità per cercare di eludere l’applicazione della legge”. Per l’Anac il tema integrità non sta proprio a cuore alle pubbliche amministrazioni. Rispondono formalmente, quando lo fanno, alle diverse richieste. Ma oltre non vanno. Di formare il personale poi non se ne parla e di rendere trasparente la propria attività neppure. Agli amministratori non va giù di far sapere bene quali servizi erogano e quanto costano. Come se fosse un affare loro, anziché affare di tutti. Non basta una legge per cancellare anni di illegalità e non basta un’Authority per cambiare la cultura di un Paese. Serve tempo. La corruzione intanto non aspetta e continua ad affondare l’Italia.

La corruzione dilaga.  Il governo risponde frenando la lotta

di Fausto Tranquilli

Nessuna particolare spinta moralizzatrice. Niente folgorazioni. Negli ultimi anni il Governo ha dichiarato guerra alla corruzione costretto dagli eventi. Troppi scandali. Troppi gli italiani che hanno iniziato a voltare le spalle alla politica. Nel momento in cui però si doveva fare sul serio ecco che il Governo Letta è tornato indietro. Via a una norma che taglia la norma. E lottare contro le mazzette è diventato più complesso.

Il blitz
Nell’ultimo Governo Berlusconi, l’allora guardasigilli Angelino Alfano assicurò una legge per sanare la piaga della corruzione. Non se ne fece nulla e la norma, la 190 del 2012, è poi arrivata con il Governo Monti. Benedetta da tutti o quasi. Un esecutivo di larghe intese come quello di Enrico Letta aveva tutte le carte in regola per rafforzare e rendere efficace quella legge. L’estate scorsa l’ha annacquata. Con il cosiddetto decreto del fare il potere dell’Autorità nazionale anticorruzione è stato ridimensionato e la confusione è cresciuta.

Gli incompatibili
Una delle questioni che è stata subito a cuore ai partiti è stata quella sulle incompatibilità e inconferibilità, disciplinata dalla legge anticorruzione per rendere più sana la pubblica amministrazione. Il Governo Letta ha tolto la materia all’Authority e ha dato la competenza su tale fronte al ministro della pubblica amministrazione e semplificazione, Gianpiero D’Alia, facendo infuriare la stessa Anac. Quel che ne è scaturito è stato il caos. “Questo stato di cose – viene specificato nel rapporto stilato dall’Autorità anticorruzione a un anno dall’applicazione della nuova legge – rischia di minare l’autorevolezza dell’Autorità stessa, requisito essenziale per l’efficacia del suo operato, e rischia di compromettere alcuni dei fondamenti delle recenti riforme, primo fra tutti quello dell’indipendenza”.

Nessuno paga
Le scelte fatte da Palazzo Chigi hanno fatto sì che molti problemi siano rimasti senza soluzione e che non sia chiaro neppure come applicare le sanzioni, con il risultato che chi sbaglia non paga. Difficile che si possa fare qualcosa se non è definito neppure chi dovrebbe avviarlo il procedimento sanzionatorio. Confusione poi comune alla trasparenza sulle società partecipate dalle amministrazioni pubbliche, dove non si sa bene come applicare l’anticorruzione. Ma prima si è scelto di inasprire le norme, di fare una legge ad hoc e incaricare un organismo di farla rispettare e poi allo stesso organismo è stato tolto il potere di fare realmente qualcosa di buono.

Gli indignati
I cittadini intanto sono sempre più insofferenti verso il malaffare che dilaga. Gli analisti descrivono un Paese che, dopo Mani Pulite, è tornato come e peggio di prima. In tanti avevano sperato in un cambio di rotta. Si respirava un’aria diversa. Tutto però è durato lo spazio di un momento. Cambiati volti e linguaggi la sostanza è rimasta la stessa. Anzi è andata peggio. La fiducia degli italiani verso le istituzioni è così diventata minima. La politica è finita risucchiata dall’antipolitica. La corruzione danneggia poi l’economia. Il mercato viene alterato. Le imprese sane finiscono per soccombere. Gli imprenditori stranieri non investono. A peggiorare la situazione c’è infine il particolare che quella più diffusa sarebbe la piccola corruzione, quella che tocca tutto e tutti, costretti a pagare per avere quello che è solo un diritto.

Le speranze
Si può ancora cambiare. La stessa Anac ritiene che, trascorso un primo anno, tanto si può fare per far veramente funzionare la legge anticorruzione. Tanto per non sbagliare i componenti dell’Authority hanno così iniziato a guardare anche a quanto viene fatto all’estero. Tanti i contatti presi, a partire da quello con la commissione anticorruzione francese, il Service general de prevention de la corruption. Il problema è sempre di intese. E se davvero quelle di Enrico Letta sono larghe e vuole risollevare l’Italia dovrà ora dimostrare di voler sconfiggere davvero la politica delle mazzette. Tornare indietro anziché migliorare quanto disposto dai tecnici non è apparso il modo migliore per spingere sull’acceleratore della legalità. Passato un anno e arrivate anche le pagelle su quanto è stato fatto, ora non ci sono più alibi.