Ubi Di Maio, Tria cessat. Sì alla flat tax per i ceti medi. Con il Def passa la misura voluta dalla Lega e migliorata dal M5S

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Nessuna conferenza stampa al termine del Consiglio dei ministri chiamato ad approvare il Def. Nessuna dichiarazione da parte di esponenti di Governo ai cronisti che attendono che qualcuno si palesi fuori Palazzo Chigi. Arrivano solo diverse note: la prima del Governo che dice che sono stati confermati i programmi di governo. Due commenti del vicepremier leghista Matteo Salvini che esprime dapprima giudizio positivo sul Def e dice che “la flat tax si farà, nel documento se ne parla in due passaggi”. Per poi assicurare che “dopo partite Iva, artigiani e commercianti, toccherà a famiglie e dipendenti: la Lega al governo è garanzia di riduzione delle tasse”.

Infine Luigi Di Maio: “Con l’inserimento della Flat tax nel Def indirizzata al ceto medio come avevamo chiesto, e non solo ai ricchi, vince il buonsenso”, dichiara in serata il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico. Che si era fatto garante della misura purché venisse tutelato il ceto medio. Una seconda nota del Governo conferma che si porta avanti “l’azione di riforma fiscale in progressiva attuazione di un sistema di flat tax come componente importante di un modello di crescita più bilanciato”.

Un comunicato del Mef specifica che “in campo fiscale si intende continuare il processo di riforma delle imposte sui redditi in chiave flat tax, incidendo in particolare sull’imposizione a carico dei ceti medi”. Se si mettono insieme queste note e se la prima bozza circolata prima del Cdm fosse stata confermata si sarebbe potuto dire che sulla flat tax le forze politiche di maggioranza erano risultate fedeli alla linea: quella del contratto di Governo siglato a suo tempo dai due vicepremier Di Maio e Salvini.

“Il concetto chiave – recita il contratto nel capitolo dedicato al fisco – è flat tax, ovvero una riforma fiscale caratterizzata dall’introduzione di aliquote fisse, con un sistema di deduzioni per garantire la progressività dell’imposta, in armonia con i principi costituzionali. In particolare, il nuovo regime fiscale si caratterizza come segue: due aliquote fisse al 15% e al 20% per persone fisiche, partite Iva, imprese e famiglie”. In una prima bozza, in effetti, si ricalcava testualmente questo testo con l’introduzione delle due aliquote. Ma a quanto pare nell’ultima versione circolata del Def le due aliquote sono saltate.

La nuova bozza del documento non entra nel dettaglio e dunque elimina il riferimento alle aliquote al 15 e al 20%. Un compromesso che da un lato non può che raccogliere il consenso della Lega che finalmente vede nero su bianco il suo cavallo di battaglia in un documento di governo. Ma dall’altro non può che registrare l’entusiasmo del M5S che si era fatto garante dell’introduzione della misura purché venisse tutelato il ceto medio. E che era restio a un passaggio netto alla tassa piatta, preferiva arrivarci progressivamente, magari con una riduzione del sistema da 5 a 3 aliquote. A entrare nei dettagli della misura ci penserà la manovra d’autunno.

A oggi il ministro dell’Economia Giovanni Tria non ha potuto che prendere atto della volontà politica delle forze che sostengono il Governo e far posto nel Def alla flat tax che si propone di alleviare l’imposizione a carico dei ceti medi.

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di Gaetano Pedullà

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