Primo maggio che vai, decreto Lavoro che trovi. Ormai è diventata una consuetudine: da quattro anni a questa parte, a ridosso della Festa dei lavoratori, il governo decide di varare un provvedimento d’urgenza con l’ambizione dichiarata di incidere sul mercato del lavoro, ma con l’effetto – non certamente involontario – di oscurare il dibattito sindacale e sottrarre centralità alle piazze. Una strategia comunicativa prima ancora che politica, che però quest’anno ha già prodotto un clamoroso effetto boomerang. L’esecutivo è infatti riuscito a ricompattare il fronte sindacale (Cgil, Cisl e Uil) che negli ultimi anni ha mostrato evidenti crepe, in primis le diverse posture assunte nei riguardi del governo e sugli scioperi.
Non solo: dopo aver boicottato i tavoli del ministero del Lavoro al fine di non dare legittimazione a chi sigla accordi al ribasso, anche le organizzazioni datoriali (Confindustria, Confcommercio, Confesercenti etc.) si sono ritrovate sullo stesso lato della barricata, unite nel respingere l’ipotesi di un intervento legislativo sulla rappresentanza proprio mentre ne stanno discutendo con gli stessi sindacati. Nelle intenzioni dell’esecutivo, il provvedimento avrebbe dovuto individuare i contratti collettivi “più applicati” estendendoli ai lavoratori sottopagati delle varie categorie. Un criterio che però, a detta di tutti, nasconde insidie profonde, a partire dal rischio di legittimare contratti “pirata” o comunque meno tutelanti. Di fronte a tale prospettiva, quindi, la reazione è stata trasversale e compatta, tanto da far rapidamente evaporare la bozza in circolazione. Resta ora da capire quale sarà il testo finale, e soprattutto che impatto reale avrà.
“La storia ci insegna che non c’è fine all’orrore” cantava Jovanotti in un suo celebre brano, dal titolo, guarda caso, indicato per l’occasione: “Salvami”. Si ricorderà che con il primo di questi decreti, varato con analoga urgenza nel 2023, fu smantellato il Reddito di cittadinanza. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: aumento dei poveri assoluti, crescita del numero dei lavoratori poveri, ampliamento di una zona grigia in cui lavorare non basta più a vivere dignitosamente. Non esattamente un bilancio da rivendicare. Eppure, la tentazione di ripetere lo schema per occupare lo spazio mediatico e dettare l’agenda resta forte. Ma governare il lavoro richiede ben altro, soprattutto la capacità di ascoltare chi il lavoro lo rappresenta e lo vive ogni giorno. Altrimenti, più che decreti, restano slogan e quelli, il Primo maggio, non bastano.