Sognare la Catalogna. Referendari lombardi e veneti, ma anche i separatisti sardi e siciliani, prendono appunti sul voto di domani. Ai seggi la tensione altissima. Quattro feriti in un attentato

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Domani, domenica non ci sarà nessun voto. Mentre manda migliaia di agenti di polizia a presidiare le scuole e i locali pubblici che i catalani hanno trasformato in seggi del loro referendum per l’indipendenza, il governo di Madrid prova a far finta di niente, a minimizzare quella che invece è una sollevazione silenziosa di una parte del Paese. Abbiamo già vinto, comunque vada, dicono i promotori di questa sfida secessionista, coscienti che la reazione fragile di Rajoy ha riempito l’appuntamento di un altissimo significato simbolico. Tanto che in Spagna la tensione è altissima, e si rafforzano le avvisaglie di scontri, anche armati.

Ieri l’episodio più grave, mentre migliaia di persone assistevano all’ultimo comizio organizzato dalle forze secessioniste nel centro di Barcellona, nell’entroterra catalano, in uno dei seggi di Manlleu quattro persone sono rimaste lievemente ferite da un uomo che ha sparato con una carabina ad aria compressa.

Il clima tra Madrid e la Generalitat catalana è elettrico. “Se bloccate i seggi, troveremo alternative per votare”, promettono i promotori di un’iniziativa che adesso fa sognare i movimenti separatisti di ogni angolo d’’Europa. Dall’Italia la vicenda è diventata una bandiera e insieme un formidabile spot per i referendum del 22 ottobre in Lombardia e Veneto, appuntamenti consultivi promossi dalle Regioni e autorizzati dallo Stato, dopo la bocciatura di alcuni dei quesiti da parte della Corte costituzionali. Anche gli indipendentisti sardi e siciliani stanno seguendo da vicino il voto, sognando anche loro di essere un giorno la Catalogna.