Stato dell’Unione, tutte le bugie nel discorso di Trump: numeri alterati, guerre inventate e propaganda sovranista

Dal boom economico inventato alle guerre mai finite: il discorso di Trump smontato dai dati ufficiali e dalle istituzioni USA

Stato dell’Unione, tutte le bugie nel discorso di Trump: numeri alterati, guerre inventate e propaganda sovranista

Centootto minuti di discorso davanti al Congresso americano sono bastati a trasformare lo Stato dell’Unione in un esercizio sistematico di riscrittura della realtà. Donald Trump ha raccontato un Paese prospero, sicuro, rispettato nel mondo e guidato da una leadership capace di chiudere guerre, abbattere i prezzi e sigillare i confini. I numeri ufficiali, le sentenze giudiziarie e perfino i dati delle agenzie federali americane raccontano altro. Il problema politico sta proprio qui: la menzogna non compare come incidente retorico, diventa metodo di governo.

L’economia immaginaria

Il passaggio centrale del discorso riguarda l’economia. Trump ha rivendicato «oltre 18 trilioni di dollari» di nuovi investimenti ottenuti in un solo anno. Una cifra incompatibile con qualsiasi parametro macroeconomico: equivale a circa il 60% dell’intero Pil statunitense. I dati pubblicati dalla stessa Casa Bianca pochi mesi prima parlavano di circa 9,7 trilioni di annunci di investimento, già gonfiati perché comprendono progetti avviati durante l’amministrazione precedente e impegni privi di valore vincolante.

Lo stesso schema si ripete sull’inflazione. Trump sostiene di avere ereditato livelli record quando è tornato alla Casa Bianca. Le serie storiche del Bureau of Labor Statistics mostrano che il picco del 9,1% risale al giugno 2022 e che all’inizio del 2025 l’inflazione era già scesa attorno al 3%. Anche il presunto crollo del prezzo della benzina sotto i 2,30 dollari nella maggioranza degli Stati risulta inventato: la media nazionale nel giorno del discorso era di 2,95 dollari al gallone.

La narrazione resta identica a quella che alimenta da anni il sovranismo globale: creare un successo inesistente e attribuirsene il merito.

I dazi che dovevano salvare l’America

Trump ha evitato di spiegare che pochi giorni prima la Corte Suprema degli Stati Uniti aveva demolito uno dei pilastri della sua politica economica. Con una decisione 6-3, i giudici hanno stabilito che il presidente non possiede il potere di imporre dazi globali usando l’International Emergency Economic Powers Act.

Significa che gran parte delle tariffe celebrate nel discorso risultano illegittime e che il governo federale potrebbe dover restituire tra 175 e 200 miliardi di dollari riscossi illegalmente dagli importatori americani. Altro dettaglio omesso: gli studi della Federal Reserve Bank of New York dimostrano che oltre il 90% dei dazi viene pagato da imprese e consumatori statunitensi, esattamente il contrario di quanto ripete Trump quando sostiene che «pagano gli stranieri».

La propaganda economica funziona così: trasformare una tassa interna in una vittoria patriottica.

Confini chiusi e paure costruite

La dichiarazione più applaudita riguarda l’immigrazione: «zero clandestini ammessi negli Stati Uniti negli ultimi nove mesi». Anche qui la formula è costruita su un trucco semantico. Gli attraversamenti continuano e migliaia di persone vengono fermate ogni mese; semplicemente la Border Patrol registra zero rilasci diretti mentre altri migranti vengono trasferiti all’ICE o sfuggono ai controlli come “got-aways”.

Lo stesso meccanismo appare nell’allarme sul voto illegale. Audit statali dopo le elezioni del 2024 hanno individuato poche decine di voti sospetti su milioni di schede. Numeri microscopici trasformati in emergenza nazionale per giustificare restrizioni elettorali.

La politica della paura resta il carburante principale.

Guerre finite che non sono mai finite

Trump ha sostenuto di avere «posto fine a otto guerre». Diverse tra quelle citate non erano conflitti armati aperti ma dispute diplomatiche irrisolte. In altri casi i governi coinvolti hanno negato qualsiasi ruolo americano nelle trattative. Anche il presunto successo energetico venezuelano risulta gonfiato: i dati di tracciamento marittimo mostrano esportazioni molto inferiori rispetto agli 80 milioni di barili rivendicati nel discorso.

La politica estera diventa scenografia narrativa, utile a consolidare leadership interne fragili.

La menzogna come modello politico

Il tratto più evidente del discorso resta la distanza sistematica tra dichiarazioni e realtà verificabile. Una distanza che smette di essere americana e diventa internazionale. Il trumpismo funziona perché offre un metodo replicabile: costruire una verità alternativa, ripeterla fino a sostituire i dati, accusare chi verifica di essere nemico politico.

Il discorso sullo Stato dell’Unione mostra dunque qualcosa di più di un presidente incline alla menzogna. Mostra un leader che ha trasformato la falsità in infrastruttura politica permanente. E quando la bugia diventa linguaggio di governo, il problema smette di riguardare un uomo solo. Diventa il metodo di un’intera stagione politica.