Strage di Berlino. Lo jihadista del tir della morte 4 anni in carcere in Italia. Poi è scomparso nel nulla: pure la caccia al killer è una tragedia

di Antonio Acerbis
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Ci sono voluti due giorni interi prima che le forze di sicurezza tedesche riuscissero a identificare il presunto responsabile della strage di Berlino. La persona è conosciuta, secondo i media tunisini, come Ainis Amri, nato nel dicembre del 1992 a cité Hached El Weslatia, nel nord della Tunisia. In altre occasioni avrebbe usato anche il nome Ahmed A. oppure di Mohammed H., nato invece ad Alessandria, in Egitto, nel 1995. La tragedia, però, assume anche i contorni di una beffa amara, dato che un suo documento (probabilmente una “sospensione temporanea dell’espulsione”, cioé uno status che prevede alcune misure restrittive, come limitazione dei movimenti) è stato recuperato dagli investigatori sotto il sedile del camion. Un particolare che lascia sgomenti, dato che in tutta la giornata di martedì la polizia tedesca ha interrogato un pachistano, poi rivelatosi assolutamente estraneo alla vicenda.

Beffa incredibile – Ma la vicenda è ancora più paradossale di quanto non possa sembrare. Il tunisino, infatti, non poteva essere espulso (da qui il oglio di  “sospensione dell’espulsione”) perché non erano mai arrivati dalla Tunisia i documenti per il riconoscimento. Come ha spiegato il ministro degli Interni della regione del Nord-Reno Westfalia, Ralf Jäger, “l’uomo non poteva essere espulso, perché non aveva nessun documento di identità valido”. Solo oggi, ha poi raccontato, sono improvvisamente arrivati i documenti che servivano per la pratica di espulsione dal Paese.

Vecchia conoscenza – Ma non è finita qui. Il tunisino, infatti, era stato indagato perché sospettato di preparare attentati contro lo Stato. Una tesi, questa, rigettata però dalle stesse fonti interne della sicurezza tunisina, che hanno replicato: “Anisi è ricercato per crimini comuni come furto, commercio illegale di alcolici ma non ha nessun legame con questioni di terrorismo”. Suona strano, però, dato che secondo quanto sta emergendo dalle indagini Ainis aveva rapporti con una cellula Isis di stanza a Berlino. Ma non finisce qui. Ainis, infatti, è una vecchia conoscenza anche italiana. Il tunisino ricercato in Germania, infatti, avrebbe trascorso “quattro anni in carcere in Italia” essendo implicato in un “caso di furto e incendio di una scuola italiana”. Lo rivela il padre dello stesso giovane in un’intervista rilasciata ad un giornalista della radio tunisina Mosaique. Secondo la testimonianza, Anis avrebbe lasciato il Paese “sette anni fa dopo aver abbandonato gli studi dirigendosi verso l’Italia illegalmente via mare”. Dal carcere sarebbe uscito nella primavera del 2015, ma non è tornato libero: nei suoi confronti, infatti, è scattato un provvedimento di espulsione. Anis è stato così portato in un Centro di identificazione in attesa del riconoscimento da parte delle autorità tunisine, obbligatorio per il rimpatrio. Il riconoscimento, però, non è mai arrivato e, trascorsi i termini di legge, al tunisino è stato notificato un provvedimento di allontanamento dall’Italia. Da lì il viaggio in Germania.

Il blitz in ritardo – Insomma, si procede evidentemente a rilento. E l’esempio più lampante di un’inchiesta che tarda a trovare la giusta quadra, c’è stato ieri con il blitz partito in ritardo a Emmerich, nella regione settentrionale del Reno al confine con l’Olanda, dove il ricercato ha ricevuto accoglienza in un centro profughi. Il motivo? “Problemi di scrittura” nell’ordine delle autorità di compiere il raid. Già, Emmerich. Il presunto attentatore era stato fermato per la prima volta il 30 luglio a Friedrichshafen con un falso documento d’identità italiano. Dopo aver passato due giorni in carcere a Ravensburg, era stato rilasciato e aveva dichiarato di vivere appunto nel centro di accoglienza di Emmerich. Tanto era bastato alle autorità tedesche.