L’Italia non riesce a far pace con la giustizia internazionale. Dopo la notizia che l’Italia è stata deferita all’Assemblea degli Stati parte dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale per il caso Almasri, dai documenti della Corte penale internazionale emergono nel dettaglio le motivazioni. Che sono per l’Italia un’altra doccia fredda. La questione non riguarda solo il dossier sul generale libico, ma la reale disponibilità italiana a cooperare – ora e in futuro – senza condizioni.
Su Almasri l’Aja non si fida di Roma: “Dubbi sulla sua volontà di cooperare”
Le aperture annunciate dal governo verso una gestione più lineare dei rapporti con la Cpi sono state prese in considerazione, ma non ritenute sufficienti: quegli impegni, hanno sottolineato a maggioranza i giudici della Camera preliminare I, restano “subordinati” a paletti precisi tali da mettere in dubbio l’idea stessa di una collaborazione “piena”. Roma ha subordinato la cooperazione a “interessi di sicurezza nazionale, posizione geopolitica e legislazione costituzionale e interna”, “argomentazioni già respinte”: “il diritto interno”, evidenziano i giudici, “non può essere invocato per giustificare una mancata cooperazione”.
I mancati chiarimenti di Roma sul caso Almasri
“Alla luce delle difficoltà e delle ambiguità riscontrate” nel caso Almasri, si legge ancora nel testo della decisione, “la maggioranza” dei giudici “ritiene che non sia chiaro se oggi l’Italia sarebbe in grado e disposta a cooperare pienamente con la Corte nell’arresto e nella consegna di persone ricercate, indipendentemente dalla loro nazionalità”. Pur prendendo atto delle dichiarazioni del governo sull’intenzione di rispettare gli obblighi internazionali, la Camera rileva che Roma non ha chiarito “l’impatto dei procedimenti interni” – archiviati dal Parlamento nei confronti dei due ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi e del sottosegretario Alfredo Mantovano – “sulla mancata cooperazione, né se siano in corso conflitti di attribuzione davanti alla Corte costituzionale”.
Resta inoltre irrisolto, si evidenzia, il nodo del mancato ricorso alla procedura prevista dall’articolo 97 dello Statuto di Roma per segnalare difficoltà nell’esecuzione delle richieste della Corte. La maggioranza rileva infine carenze di trasparenza nella trasmissione delle informazioni, alcune delle quali risultano “contraddette dagli atti”.
A dicembre, l’Italia sarà chiamata a rimettere in fila i fatti e a reggere un confronto politico diretto con gli altri Stati parte. Potranno arrivare richieste di spiegazioni, richiami per interventi normativi e impegni più stringenti sul modo di rapportarsi alla Corte. Nessuna sanzione automatica, ma più di natura politica e di immagine.
L’altra grana del Referendum sulla Giustizia
Il Tar del Lazio ha intanto discusso il ricorso del comitato promotore della raccolta di firme per il Referendum sulla giustizia, che contesta la scelta del governo di far convocare la consultazione il 22 e 23 marzo. La decisione del tribunale amministrativo dovrebbe arrivare nei prossimi giorni. In caso di accoglienza del ricorso, ci potrebbe essere uno slittamento del Referendum, almeno di una settimana.
Oggi in Cassazione verranno depositate le firme raccolte dal comitato per il Referendum: sono più delle 500 mila necessarie. L’attesa, ora, è per i tempi di verifica della validità delle sottoscrizioni, oltre che per i tempi necessari al Tar. Anche dalla velocità delle due decisioni dipende il ventaglio di date possibili per il Referendum.
Il pressing perché la data del Referendum slitti
“Il Tar dovrà dire se il provvedimento con cui è stata indicata la data del Referendum è conforme o no alla legge e alla Costituzione – ha spiegato Carlo Guglielmi, portavoce dei promotori della raccolta firme – Se non lo è, quel provvedimento non avrà efficacia. Questo significa che il governo dovrà fare un altro decreto”. Specie in quel caso, “ragionevolezza vuole che il governo attenda le verifiche della Cassazione sulle firme”.
A quel punto, rispettando il lasso dei 50 giorni previsto per legge, “la data potrebbe cadere al 29 marzo o nelle domeniche successive”. Per il Comitato “la Costituzione non vuole un’accelerazione quando si tratta di modificarla – ha spiegato l’avvocato Pietro Adami, al termine dell’udienza al tar – L’iniziativa in questo caso serve anche per dare il tempo ai cittadini per capire che cos’è la riforma affinché capiscano bene cosa si va a votare”.