Sul processo penale la maggioranza è già spaccata. La stessa grana costata cara a Conte si ripropone col nuovo Governo. Solo i 5S difendono la riforma Bonafede

ALFONSO BONAFEDE
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Il governo Draghi rischia di partire in salita imbattendosi in una grossa grana, in pratica quella che fece cadere il governo Conte e cioè la riforma della Giustizia del ministro Alfonso Bonafede, approvata dal governo gialloverde, ma che ora deve essere convertita in legge con l’insidia di emendamenti alla Spazzacorotti contenuti nel decreto Mille proroghe in scadenza il primo marzo prossimo. In tal caso si tornerebbe alla precedente normativa fatta da Andrea Orlando – che bloccava la prescrizione al secondo grado per un anno e mezzo e solo in caso di condanna – e al voto è difficile che il Partito democratico si opponga, anche perché lo stesso Orlando aveva cominciato a riscrivere una sua versione poco prima della crisi.

Gli emendamenti sono stati proposti da Enrico Costa (ex Forza Italia ora Azione), Riccardo Magi (Radicali) e poi tre deputati di Italia Viva Lucia Annibali, Marco Di Maio e Mauro Del Barba e poi anche Francesco Paolo Sisto e Pierantonio Zanettin (Forza Italia) più altri nove deputati leghisti. In Commissione Affari Costituzionali già prima della caduta di Conte c’era parità (24 a 24) ora il successo degli emendamenti sarebbe certo. Dunque una situazione veramente complicata per l’iter su un tema bandiera per i Cinque Stelle e cioè proprio la riforma della Giustizia che vedeva nel blocco della prescrizione già al primo grado un punto chiave.

Naturalmente è molto importante chi sarà il nuovo ministro della Giustizia, ma c’è da tenere presente che il trio IV-FI-Lega ha già messo le mani avanti nei colloqui con Draghi chiedendo chiaramente che ci sia una netta discontinuità con Bonafede e questo complica le cose. Perché se ci sarà la maggioranza in commissione i Cinque Stelle potrebbero essere tentati di cominciare un gioco di rivalsa su altri punti a loro cari e questo produrrebbe una grande instabilità nell’esecutivo.

Poiché questo governo giallo-rosso-verde (o “africano”, visto che sono i colori dell’Unione africana) è quanto mai composito gli imprevisti sono all’ordine del giorno per motivi ideologici oltre che pratici. Ad esempio un altro punto di non concordanza e la gestione dei migranti, ma si tratta di un punto squisitamente politico visto che è già legge dello Stato, mentre la riforma della Giustizia appunto ancora no. Vedremo come Draghi affronterà questo primo importante scoglio che la sua nave potrebbe incocciare appena uscita dal porto, ma presupponiamo che l’ex presidente della Bce non solo conosca il pericolo, ma l’abbia già preventivato.

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di Gaetano Pedullà

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