Il Super Bowl non è mai solo football, ma è un rito collettivo, una liturgia laica, e un termometro emotivo che permette di testare la salute degli Stati Uniti. E quest’anno l’atteso evento, come da pronostico, ha segnato febbre alta.
Super Bowl LX, la notte che ha spaccato l’America
Sul campo non c’è stata partita con Seattle che ha travolto New England, 29-13. La classica partita a senso unico, difese aggressive, e i Patriots – la squadra per cui tifa il presidente Donald Trump – mai davvero entrata in campo. Fine dei giochi? Neanche per idea. Perché mentre il tabellone raccontava una storia già scritta, l’half time, ossia il momento clou in cui si esibiscono le celebrità dando vita a uno show nello show, ne apriva un’altra. Molto più complicata e divisiva.
Bad Bunny, dalla “casita rosa” allo stadio-villaggio
Bad Bunny arriva al Levi’s Stadium da trionfatore dei Grammy e da simbolo globale. Porta sul palco una “casita rosa”, ma soprattutto un’idea: l’America come somma di persone, non come recinto che ne esclude altre.
E lo fa senza proclami urlati e in lingua spagnola. Con star – Lady Gaga, Ricky Martin, Cardi B – e volti comuni, una taqueria di Los Angeles, un social club portoricano di Brooklyn, ha dato vita a un mosaico vivo.
C’è spazio per la famiglia, per un matrimonio celebrato in diretta, per un bambino che riceve il grammofono d’oro dei Grammy. Un gesto semplice, potentissimo – qualcuno ha pensato subito al caso del piccolo Liam Ramos, deportato dal Minnesota al Texas. Coincidenze? Forse. Ma certe immagini restano.
Trump contro l’half time: “Lo show peggiore di sempre”
Ma poi arriva lui. Donald Trump, da Mar-a-Lago, si sente chiaramente tirato in ballo e pubblica su Truth frasi oltremodo dirette. “Lo show più brutto di sempre”. “Nessuno capisce una parola”. “Un affronto all’America”.
Il punto è questo: non è la musica che infastidisce. È la lingua. È il simbolo.
Trump aveva già fatto capire tutto alla vigilia, scegliendo di disertare lo stadio e preferendo lo streaming del concerto pro-Maga di Kid Rock. Due Americhe, due palchi, due pubblici che non si parlano più.
Una festa che dovrebbe unire. Ma non sempre ci riesce
Il Super Bowl, come il Thanksgiving, nasce per unire. Ma quando metà degli spettatori non è nata negli Stati Uniti, la paura serpeggia. Le parole della Homeland Security, le voci su agenti dell’Ice allo stadio – poi smentite – hanno lasciato il segno.
E allora quel “God Bless America” finale, pronunciato da Bad Bunny dopo aver elencato i Paesi di Nord e Sud America, suona diverso. Più largo. Più scomodo.
E forse proprio per questo necessario.
Perché lo sport passa. La musica resta. E certe crepe, quando vengono illuminate, fanno meno paura. O almeno dovrebbero.