Tecnis, in manette per bancarotta fraudolenta gli imprenditori Costanzo e Bosco. Sequestrati beni per 94 milioni di euro

dalla Redazione
Cronaca

Ci sono la bancarotta fraudolenta e la distrazione di fondi alla base dell’inchiesta che ha portato all’arresto di quattro persone (finite ai domiciliari) e al sequestro di beni per 94 milioni di euro: i fatti sono riferibili allo stato d’insolvenza della Tecnis, importante azienda di costruzioni di Catania, e di imprese consortili controllate dichiarato dal Tribunale di Catania a giugno 2017. L’operazione delle fiamme gialle etnee, denominata “Arcot”, ha consentito di tracciare le condotte illecite operate dalla precedente governance di una delle realtà imprenditoriali più significative nel panorama nazionale delle imprese di costruzioni generali e di ingegneria, attiva nel settore della realizzazione di grandi opere infrastrutturali.

L’operazione è stata caratterizzata dall’esecuzione di intercettazioni telefoniche e ambientali, di accertamenti bancari e acquisizioni documentali nonché dalla messa a sistema di contributi tecnici qualificati rappresentati dalla relazione sulle cause di insolvenza a firma del commissario straordinario, dalla consulenza legale rilasciata per conto dell’amministrazione controllata e da una relazione redatta da consulenti nominati da quest’Ufficio. Il management della Tecnis, secondo quanto emerso nel corso degli accertamenti, avrebbe spogliato la società di quasi 100 milioni di euro nel corso di un quadriennio (2011- 2014) aggravandone il dissesto e rendendola insolvente.

Gli indagati, evidenziano gli investigatori, avrebbero concesso “consistenti e vorticosi finanziamenti infragruppo ‘non onerosi’ diretti alle consorziate”; le imprese beneficiarie, a loro volta, anche con movimentazioni bancarie realizzate nella stessa giornata, avrebbero elargito ingenti somme a favore di società estranee al gruppo di riferimento ma sempre dirette, anche con la presenza di prestanome, da Mimmo Costanzo e Concetto Bosco Lo Giudice. L’ammontare di denaro originato dalla bancarotta fraudolenta sarebbe stato destinato, tra l’altro, alla realizzazione di strutture sportive e ricettive nel settore del turismo golfistico, la cui costruzione, in larga parte, sarebbe stata anche affidata alla società “depredata”.

Sotto la lente di ingrandimento degli investigatori sono finite diverse operazioni commerciali non rispondenti ad una comprensibile logica imprenditoriale. Inoltre, Concetto Bosco Lo Giudice e Francesco Costanzo, insieme ad altri due indagati non destinatari di misure cautelari, avrebbero stretto accordi contrattuali che hanno aggravato irrimediabilmente il già precario equilibrio patrimoniale del Gruppo Tecnis. La consistente mole indiziaria acquisita dagli investigatori in poco più di un anno d’indagine, tra aprile 2018 e novembre 2019, ha evidenziato come già a decorrere dal 2013 sarebbe venuta meno la continuità aziendale, non disponendo la Tecnis di risorse finanziarie sufficienti a supportare le esigenze della produzione e a ripianare le rilevanti passività scadute, in assenza di un immediato rientro delle significative posizioni creditorie vantate nei confronti delle società direttamente e indirettamente riconducibili a Costanzo e Bosco Lo Giudice.

A partire dal 2013, infatti, la Tecnis avrebbe iniziato a ricevere diffide ad adempiere, omettendo versamenti di imposte per oltre 7 milioni di euro (2013 e 2014) nonché procedendo alla cessione di asset aziendali rilevanti per l’obiettiva impossibilita’ di sostenerne il finanziamento. Emblematiche sono alcune conversazioni intercettate dai Finanzieri che mettono in evidenza il ruolo dominante del duo Mimmo Costanzo- Concetto Bosco Lo Giudice nell’amministrazione della stessa società e della loro prassi di avvalersi di prestanome. In uno sfogo con una persona non indagata, Gaspare Di Paola, oggi ai domiciliari, infastidito evidenziava che “… mi hanno sempre trattato solo come un prestanome… io ho lavorato con imprenditori molto più seri di lui e di Mimmo, cioè ma molto più seri che quando l’impresa poi non c’era più, a me pagavano lo stesso…”.