Tira aria di scissione. Pontieri M5S al lavoro per limitare le perdite. Riunioni non stop in Parlamento. I dissidenti pensano a nuovi gruppi

Barbara Lezzi
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Parola d’ordine: contenere le perdite. L’ordine di scuderia nel Movimento 5 Stelle è chiaro, anche se il clima è di totale incertezza. Molto più di quanto sia mai accaduto nella breve storia del Movimento, che ha sempre vissuto periodi di forti turbolenze, con tanto di voci su possibili scissioni, ma mai con possibili strascichi nefasti come quelli che si prospettano oggi.

Il tratto che più spaventa il vertice dei pentastellati è che questa volta di mezzo c’è la fiducia ad un governo nonostante il voto di Rousseau. In altre parole ci sono un bel gruppo di parlamentari – c’è chi parla addirittura di una quarantina tra senatori e deputati – pronti a non sostenere il governo, di fatto mettendo a rischio uno dei punti fondamentali del Movimento: il voto degli iscritti e, dunque, la partecipazione diretta.

L’ALTRO VOTO. Proprio per questa ragione i “pontieri” pentastellati lavorano sui parlamentari per cercare di arginare l’onda di “sfiducia” che aleggia tra i 5 stelle nei confronti dell’esecutivo Draghi. Una sfiducia che aleggia sul Movimento e che potrebbe toccare ora anche proprio la gestione del Movimento e la sua organizzazione interna. Oggi e domani, infatti, i Cinque stelle dovranno votare anche la modifica dello statuto che dovrebbe portare alla nascita del direttivo al posto della leadership individuale.

Come nel caso del quesito sul voto per la fiducia al nuovo governo tecnico-politico, c’è già chi storce il naso. Se i voti, come in molti prevedono, saranno pochi, il nuovo organismo politico potrebbe nascere già delegittimato. A meno che il Movimento non riesca a tirare fuori dal cilindro una soluzione che possa mettere insieme tutti. Come la candidatura dell’ex premier Giuseppe Conte in seno al nuovo organismo, di cui in realtà pure si parla.

Difficile scindere le due cose e le due votazioni. Lo sanno bene i critici al Movimento, tra quelli che già hanno annunciato il loro voto contrario al governo Draghi (tra gli altri, i senatori Mattia Crucioli ed Emanuele Dessì) e quelli che invece – nonostante non sia una strada “autorizzata” dai vertici – sono pronti ad astenersi.

E lo sanno bene, però, anche i vertici. Non è un caso che ieri sono tornati a parlare sia Beppe Grillo, sia Luigi Di Maio, sia Roberto Fico. Il concetto è chiaro: “Comprendo il malumore di chi non digerisce certe scelte. Ma dobbiamo adottare un cambio di prospettiva drastico, perché il momento lo richiede”, avverte ad esempio il presidente della Camera insistendo sulla rivoluzione apportata dal ministero per la Transizione ecologica.

Una posizione condivisibile per tanti, ma non per tutti, come ha spiegato Barbara Lezzi (nella foto), altra senatrice pronta a votare no alla fiducia: “Ho sempre apprezzato la tua onestà intellettuale, caro Roberto, ma il tuo ultimo post è una profonda delusione. Vedi un ministero che non c’è”. Basta questo per comprendere come sia complicato in questo contesto il lavoro della diplomazia dei 5 stelle per contenere il disagio diffuso.

Intanto in attesa di una nuova congiunta per fare un punto su tutti questi dubbi, e mentre nelle chat alcuni parlamentari chiedono di non usare la mano dura con i dissidenti visto che il Movimento continua a chiudere un occhio rispetto ai parlamentari che non hanno rinunciato all’indennità di carica come prevedrebbero le regole interne, i ribelli si organizzano. Subito dopo il voto faranno una conferenza stampa per spiegare le ragioni del loro No. E poi si stanno organizzando per creare nuovi gruppi sia alla Camera, sia al Senato. Ed è questo, alla fine dei conti, quello che più spaventa Di Maio & C.

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