Tra anarchia e subalternità culturale. Il Pd è un malato terminale indeciso a tutto

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di Peppino Caldarola

Uccellacci e uccellini continueranno per molto tempo ancora a svolazzare sul corpo malato del Pd. Ieri non c’è stata la resa dei conti ma lo svolazzare di ali degli uccellacci e uccellini ha fatto sentire la sua minaccia. Il Pd ha deciso di affidarsi a Napolitano. Sette anni dopo la prima elezione del capo dello Stato un pezzo della sinistra scopre, a malincuore, che il suo futuro è legato al presidente che viene dalle sua fila. Sarebbe stato normale che se ne fossero accorti nel settennato precedente. Meglio tardi che mai. Non tutti però hanno accettato questa impostazione, presa obtorto collo.
Il Pd di ieri – che non è il Pd di domani perché in mezzo ci sarà un congresso, la rivolta della base, la frantumazione correntizia del gruppo dirigente – ha messo in evidenza tre aree trasversali. La prima, maggioritaria, per ora, che dice di voler seguire le indicazioni del Quirinale. Un’altra che non ci sta a governare con i voti del PdL. Una terza, furbissima, che vuole farlo ma impegnando ministri democrat di serie B.
Sotto questa tripartizione, che è l’inizio dello scontro congressuale, si manifestano nuove divisioni, anche fra le correnti stesse (basti pensare alla differente impostazione di Orfini e Fassina).

Finto unanimismo
Bersani ha detto cose drammaticamente lucide nel suo discorso di dimissioni. Ha detto che il suo partito, quello che ha cercato di dirigere, è attraversato da anarchismo, feudalizzazione, etero-direzione. Basterebbero queste parole per chiudere baracca e burattini. Nel dibattito, reso stringato dall’appuntamento quirinalizio della delegazione, sono emerse tutte queste componenti. Nelle dichiarazioni successive la cosa si è fatta più chiara.
Se la feudalizzazione è un dato di fatto visibile a occhio nudo, nessuno si è preso la briga di smentire l’anarchismo e la subalternità culturale verso altre forze o movimenti.
Qui c’è il passaggio mortale per il Pd. Tutti concordi nel dire che bisogna stare uniti, che ci vuole più solidarietà, ma poi ci sono quelli che delegano al vecchio presidente, quelli che ci vogliono mettere la manina per non far vedere il braccio, e quelli che temono che la base li impicchi.
Il tema cruciale del partito democratico oggi è proprio questo. C’è una vecchia classe dirigente che ragiona con la stessa cultura politica del presidente della repubblica. E ce n ‘è un’altra, per lo più giovane, che invece vorrebbe essere altrove, alla testa di cortei di bandiere rosse o di movimenti ribollenti. Con la caduta di Bersani, vittima di se stesso, dei suoi guru e anche della propria generosità, il campo è rimasto aperto solo alle due ultime posizioni, anche se per qualche settimana sembrerà vittorioso il partito del presidente.

Allegri verso la sconfitta
La radicalizzazione del Pd, fenomeno visibile in modo evidente nella sua base, prende le mosse dal fatto che il suo gruppo dirigente più giovane – tranne, bisogna dirlo, Matteo Renzi – teme l’impopolarità. Se fossero stati loro al comando nell’89, il Pci non si sarebbe sciolto, visto che i dirigenti dell’epoca dovettero fronteggiare un malessere di massa assai più profondo di quello attuale.
La strada del partito del presidente è l’unica probabile riposta alla crisi attuale del Pd. Il carisma di Napolitano, che le invettive di Grillo, non scuote, è l’unico tesoro che il Pd può amministrare.
Molti però pensano che si tratti di una parentesi e si avviano allegramente verso la sconfitta. Da questo dibattito sono però assenti le voci di D’Alema e Veltroni, accantonati e spesso anche svillaneggiati. Fra qualche tempo per dialogare con una base riottosa il Pd avrà bisogno di richiamarli in servizio.