Tra Borsellino e Falcone, verso un’antimafia dei Santi

Dopo Borsellino, anche i cimeli di Falcone: così la Commissione Antimafia riduce la lotta alle mafie a soli gesti e immagini.

Tra Borsellino e Falcone, verso un’antimafia dei Santi

La Commissione Parlamentare Antimafia, che dovrebbe vigilare sui meccanismi di infiltrazione criminale e sui suoi effetti sulla democrazia, sta rischiando di trasformarsi in una teca da esposizione. Il passaggio pare quasi automatico: dopo la vicenda della borsa di Paolo Borsellino, bruciacchiata e resa simbolo mediatico della violenza mafiosa, dopo le polemiche legate alla scomparsa dell’agenda rossa e alle certezze sui depistaggi, ora si prepara un nuovo allestimento allegorico.

Questa volta, per non lasciare ombre e per evitare qualunque imbarazzo istituzionale, senza affrontare davvero le domande scomode sul “come” e sul “perché” dei vari depistaggi, saranno presentati alcuni cimeli di Giovanni Falcone. Il punto centrale, in apparenza, è l’oggetto: si tratta di una lettera che il magistrato palermitano scrisse al padre di Rosario Livatino, collegando due figure che la memoria pubblica tende a trattare come pilastri morali della lotta alle mafie.

Il significato storico e umano del contenuto resta forte, e nessuno lo nega. Il modo in cui è utilizzato, invece, conta quanto, e forse più, della sua sostanza. Si parla di un’attività espositiva che troverà spazio a Palazzo San Macuto, sede istituzionale della Commissione antimafia, trasformando documenti e memorie personali in strumenti di comunicazione politica. L’apparenza conta quanto, se non di più, la sostanza: questa, purtroppo, è una triste realtà quando l’antimafia è costruita soprattutto come narrazione. Una esposizione che spesso funziona come un teatro morale, dove la scenografia prende il posto dell’analisi e dove l’emozione dei simboli sostituisce la fatica della pratica. In questo schema, l’antimafia rischia di diventare un prodotto, con venditori di fumo capaci di trasformare ogni reperto in un messaggio pronto per i riflettori, ma incapaci di incidere davvero sui processi che permettono alle organizzazioni criminali di prosperare. Il problema non è celebrare Falcone e Borsellino o tante altre vittime di mafia.

Altro che Borsellino a Falcone, ora la lotta alle mafie si trasforma solo in gesti e immagini

La questione è che una Commissione antimafia che espone cimeli con lo scopo di esaltare “i grandi eroi nazionali” finisce per rafforzare un’idea comoda e rassicurante: quella secondo cui la lotta alle mafie sia soprattutto fatta di gesti, immagini e oggetti. La sostanza, invece, negli anni, è stata il lavoro investigativo, la capacità di colpire le reti economiche, la tutela dei pentiti e dei testimoni, la prosecuzione delle indagini oltre l’ondata emotiva. Se tutto questo è ridotto a cornice, allora l’antimafia diventa un’immaginetta sacra, non una strategia.

I visitatori, spesso inconsci, arriveranno a Palazzo San Macuto con verità indotte dal potere: una versione ordinata e controllata della storia, utile a conservare equilibri e competenze. È qui che si misura la distanza tra la memoria e la responsabilità. La memoria, se usata bene, dovrebbe aprire domande e risolverle. Quando invece è usata come rassicurazione, chi guarda è indotto a credere che la lotta alle mafie sia già stata “risolta” attraverso la semplice esposizione di simboli. Così si chiude il cerchio: si produce consenso, si evita lo scontro con le zone grigie, si sposta l’attenzione dai nodi strutturali. Io credo, da esperto di mafie e da libero cittadino, che un’esposizione del genere rischi di apparire come una scorciatoia comunicativa.

Perché, ad esempio, non discutiamo dei risultati concreti delle attività parlamentari? Quali audizioni abbiano portato a misure operative contro le mafie? Quali proposte siano state tradotte in atti legislativi efficaci? Quali controlli siano stati rafforzati su appalti, infiltrazioni negli enti locali, riciclaggio e corruzione? Si potrebbero ricordare, anche con dati e casi, gli esiti di sequestri e confische, il numero di procedimenti che hanno retto in appello e cassazione, l’evoluzione delle mafie da organizzazioni territoriali a sistemi transnazionali? Si potrebbero spiegare i limiti, i ritardi, le lacune dell’attuale lotta alle mafie?

La giustizia non è un museo

Tutte domande alle quali si sceglie di rispondere con gli oggetti da esposizione che sono più facili da mostrare e non da verificare. La Colosimo, come ai tempi della foto con Luigi Ciavardini, annuncia che “tanti vedranno borsa e lettera come simboli di una efficace lotta alle mafie”. Ad oggi questa efficacia non c’è o se ci fosse io non la noto. Qui il punto non è l’intenzione dichiarata, ma l’effetto politico complessivo: trasformare la lotta alle mafie in una promessa permanente, sempre sullo schermo, sempre legata alla rappresentazione di un passato di coraggio, senza affrontare con continuità la realtà contemporanea, è una strategia del tutto inutile.

Le mafie non si fermano con i cimeli ma con strumenti, risorse economiche, trasparenza e decisioni non rinviabili. Per questo il rischio della “antimafia dei Santi” non è la presenza di una lettera o di una borsa in una teca. Il rischio è che la Commissione Antimafia scelga di raccontare la giustizia come un museo, invece di costruirla come un sistema. E quando la lotta alle mafie è trattata come un percorso di reverenza, la conseguenza è inevitabile: la storia diventa arredo, la responsabilità diventa apparato, e i cittadini sono educati a riconoscere simboli invece di pretendere risultati.

*Vincenzo Musacchio è Professore di strategie di contrasto alla criminalità organizzata, associato al Rutgers Institute on Anti-Corruption Studies presso la Rutgers University of Newark (USA)