Trattativa tra Stato e mafia. La storia si fa in camera di consiglio. Giudici riuniti più a lungo del previsto per decidere. E far luce su una delle stagioni più buie del Paese. La sentenza slitta a domani

Trattativa Mori
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Per mettere la parola fine sulla Trattativa Stato-Mafia, occorrerà altro tempo. Prosegue senza sosta – e ormai da quasi due giorni – la camera di consiglio dei giudici della Corte d’Assise d’appello di Palermo chiamati a decidere se confermare o cancellare le condanne inflitte nel processo di primo grado, concluso il 20 aprile 2018, ai sette imputati tra cui spicca l’ex senatore di Forza Italia, Marcello Dell’Utri (leggi l’articolo).

Un verdetto che a questo punto potrebbe arrivare da un momento all’altro, mettendo fine a una delle pagine più buie della storia d’Italia, e che oltre all’ex fedelissimo del Cav viene atteso con impazienza anche dal boss Leoluca Bagarella, dal medico Antonino Cinà – noto per aver curato la salute del boss Totò Riina -, dall’allora comandante del Reparto operativo speciale dei carabinieri Antonio Subranni, dall’ex vicecomandante Mario Mori (nella foto) e dall’ex colonnello Giuseppe De Donno. Tutti loro sono accusati di minaccia a Corpo politico dello Stato.

IL PROCESSO. Un procedimento epocale che in primo grado si era concluso con le pesanti condanne a 12 anni per i generali Mori e Subranni, per Dell’Utri e per Cinà mentre furono 8 gli anni inflitti a De Donno e ben 28 quelli disposti nei confronti del boss Bagarella. Per il pentito Giovanni Brusca, invece, era stata dichiarata la prescrizione. Sotto processo, ma per il reato di falsa testimonianza, era finito anche l’ex ministro dell’interno Nicola Mancino che, però, fu stato assolto con sentenza passata in giudicato dopo che la Procura non presentò appello.

Sostanzialmente secondo la Procura di Palermo – e come confermato dai giudici del primo grado – tra Stato e mafia vi fu una vera e propria trattativa, fatta di richieste reciproche per mettere fine allo stragismo con cui i corleonesi, negli anni ‘90, hanno lanciato il guanto di sfida alla politica. Che tra le parti in causa ci sia stata questa interlocuzione è ormai accertato oltre ogni ragionevole dubbio da indagini e processi. Del resto a parlare di “trattativa” non sono stati zelanti inquirenti ma le stesse persone coinvolte. Sia l’ex generale Mori che l’ex colonnello De Donno, chiamati a testimoniare nel procedimento di Firenze sulle stragi del ‘93, utilizzarono proprio il termine “trattativa” per raccontare dei tentativi – riusciti – di interloquire con i boss di Cosa Nostra per mettere fine alla scia di sangue.

LA REQUISITORIA. Ci sono “verità che anche se scomode, devono essere raccontate”. Con queste parole è iniziata la requisitoria con cui il sostituto procuratore generale di Palermo, Sergio Barbiera, lo scorso 7 giugno ha chiesto la conferma di tutte le condanne di primo grado relative al processo sulla trattativa Stato-Mafia. “Uomini delle istituzioni, apparati istituzionali deviati dello Stato, hanno intavolato una illecita e illegittima interlocuzione con esponenti di vertice di Cosa nostra per interrompere la strategia stragista” ha proseguito il magistrato ricordando come “la celebrazione del presente giudizio ha ulteriormente comprovato l’esistenza di una verità inconfessabile, di una verità che è dentro lo Stato, della trattativa Stato-mafia che, tuttavia, non scrimina mandanti ed esecutori istituzionali”.

Questo “perché, come ha ricordato il Capo dello Stato Sergio Mattarella, nello corso delle commemorazioni dell’anniversario della strage di Capaci, o si sta contro la mafia o si è complici. Non ci sono alternative” ha concluso il magistrato.

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