Trentadue vittime dimenticate. A Viareggio non è successo niente. Dopo il treno deraglia rovinosamente anche la giustizia

Strage Viareggio
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Trentadue vittime e circa cento feriti del deragliamento di un treno merci alla stazione di Viareggio il 29 giugno 2009 non avranno giustizia. Il convoglio trasportava gpl, liquido notoriamente molto infiammabile, le cisterne si rovesciarono a causa di un pezzo di ferro corroso e il gas fuoriuscì esplodendo in un inferno di fuoco. Ieri la doccia fredda in Cassazione (leggi l’articolo): scatta per gli imputati la prescrizione per il reato di omicidio colposo grazie alla caduta dell’aggravante della violazione sulle norme sulla sicurezza sul lavoro. Si celebrerà quindi un nuovo processo d’appello solo per il disastro colposo, anche per l’ex Ad di Fs e Rfi, Mauro Moretti. Una beffa? Di più.

IMMENSA DELUSIONE. Il processo di primo grado si era aperto nel novembre del 2013 a Lucca. I capi di imputazione più gravi erano quelli di disastro ferroviario colposo, omicidio colposo plurimo, incendio colposo e violazione delle normative sulla sicurezza. Poi l’appello di Firenze nel 2019 ed infine la Cassazione nel 2020. Una lunga attesa per cosa? Per niente. Marco Piagentini, per i familiari delle vittime non ci sta: “Oggi stiamo rivivendo lo stesso dolore che abbiamo vissuto il 29 giugno 2009. Siamo affranti, siamo rimasti senza parole”.

Alla lettura della sentenza ci sono state scene di pianto e disperazione tra le tante persone che hanno perso i loro familiari ed amici. Luciana Beretti, madre di una delle vittime va giù duro: “La giustizia è manovrata dalla politica, questo palazzone è pieno di mafia: è la mafia che comanda!”. Parole piene di comprensibile disperazione. Il mondo politico ha accolto negativamente la sentenza, con il capogruppo Pd al Senato, Andrea Marcucci, toscano, che ha detto: “In un Paese civile non può esistere che la morte orribile di 32 persone resti senza colpevoli e la prescrizione impedisca l’accertamento delle responsabilità di chi doveva vigilare e poteva impedire che si verificasse una strage e non l’ha fatto”.

Marcucci è stato però un fedelissimo di Renzi (e c’è chi pensa che lo sia ancora) nella battaglia per difendere la prescrizione. Chi ha cercato in ogni modo di togliere questo “diritto all’impunità” sono stati invece i 5 Stelle. Il loro sottosegretario ai Trasporti Roberto Traversi si è rivolto alle famiglie: “Durante le celebrazioni dello scorso 29 giugno abbiamo rinnovato una promessa, affermando che le lacrime e le cicatrici non resteranno vane. È il momento che questo Paese abbia una nuova legge sulla sicurezza nei luoghi di lavoro che renda chiare le responsabilità di chi vigila e tuteli la sicurezza dell’utenza, permettendo che tragedie come quella di Viareggio non restino senza colpevoli”.

BRUTTA SCORCIATOIA. Giustizia per Viareggio è sempre stata una priorità per il Movimento e in particolare per il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, che ha sempre combattuto la prescrizione, uno strumento di tutela divenuto troppo spesso una scorciatoia per sfuggire alla legge. Eppure torniamo ad assistere a un caso come questo di Viareggio, con tutto l’allarme sociale e gli effetti devastanti sui cittadini onesti, che rischiano di perdere fiducia nella Giustizia.
Non c’è dubbio, allora, che occorra porre un freno definitivo alla deriva suscitata da questo strumento, e la sentenza della Cassazione di ieri offre un nuovo spunto al Parlamento per intervenire. Non si tratta di giustizialismo, ma di giustizia, due cose profondamente diverse e che non possono assolutamente essere confuse. Per far riposare in pace le vittime di Viareggio. E non solo.

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di Gaetano Pedullà

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