Tribunali sommersi dall’arretrato. In Italia la giustizia più lenta dell’Ue. Una sentenza penale di primo grado richiede 361 giorni. Quasi il triplo della media degli altri Paesi europei

di Maria Elena Cosenza
Cronaca

L’Italia è davvero il Paese dove i processi durano di più? Secondo la Commissione europea per l’efficacia della giustizia del Consiglio d’Europa (Cepej) non ci sarebbe alcun dubbio. E’ il nostro Paese a portare la maglia nera. Nel 2018 il tempo medio per arrivare a una sentenza di primo grado in un processo penale è stato il più elevato d’Europa: 361 giorni contro una media di 144 giorni.

CARTA CANTA. Gli analisti di Strasburgo ogni due anni valutano l’efficienza dei sistemi giudiziari dei Paesi membri. Rispetto al 2010 si sono guadagnati 32 giorni che diventano 51 rispetto al 2016, anno in cui sono state introdotte una serie di depenalizzazioni. In un processo civile e di contenzioso commerciale, invece, il tempo medio è stato di 527 giorni, secondo solo a quello della Grecia (559 giorni), contro una media europea di 233 giorni, meno della metà. A Roma servono in media, niente po’ po’ di meno che 889 giorni per arrivare a una sentenza di primo grado in un processo amministrativo davanti al Tar a fronte di una media europea di 323 giorni.

In questa classifica la maglia nera la cediamo a Malta con 1.057 giorni, mentre in Portogallo servivano 928 giorni. Conserviamo comunque un terzo posto nella classifica delle peggiori. Il motivo? Secondo la Cepej sono diversi le ragioni, “ma sicuramente la quantità di arretrato accumulato gioca un ruolo importante”. E in effetti i numeri parlano chiaro: vengono segnalati 2,09 casi pendenti per 100 abitanti nel 2018. “L’Italia, come dimostrano i dati sui casi chiusi ogni anno tra il 2010 e 2018, si è sforzata di risolvere questo problema”, osservano a Strasburgo, “ma questi stessi dati mostrano che il sistema giudiziario non è stabile e che non può mantenere un carico di lavoro che supera una certa soglia”.

Nel nostro paese il 44,8 per cento dei casi in sospeso è più vecchio di due anni, a Malta il 45,6 per cento. Nell’ottavo rapporto si evidenzia, poi, anche il budget legato alla giustizia utilizzato dai Paesi membri. Si registra, in tal senso, un lieve aumento: se nel 2010 la spesa era di 64 euro per abitante all’anno, nel 2018 è stata in media di 72 euro (in Italia è stata di 83,2 euro, con un incremento del 14 per cento). Il rapporto rileva anche che i Paesi meno abbienti spendono in proporzione di più per le loro autorità giudiziarie, mentre i Paesi più ricchi investono di più nell’assistenza legale.

Inoltre, in media, oggi vi sono 164 avvocati ogni 100mila abitanti (in Italia la cifra sale a 388), mentre il numero dei tribunali è sceso del 10 per cento tra il 2010 e il 2018. Se la tecnologia è diventata parte integrante della fornitura di servizi di giustizia, l’impatto di questi nuovi strumenti “dovrebbe essere monitorato per evitare che incidano sui principi di equità, imparzialità e indipendenza della giustizia”. Quanto all’efficienza, in generale i tre livelli del penale sono più efficienti (il secondo grado in particolare), mentre non brillano in ambito civile.

C’è poi un altro fattore che ha ultimamente ingolfato le attività dei tribunali: le richieste d’asilo. Hanno avuto, infatti, un impatto significativo in termini di numero di casi in entrata nel 2018 in sette paesi: Austria, Belgio, Francia, Germania, Italia, Spagna e Svezia. C’è una seconda parte del Rapporto che riporta i dati per Paese in termini di personale ed emerge che, il sistema giudiziario italiano è leggermente sguarnito rispetto alla media europea ad eccezione degli avvocati. Anche perché un procuratore italiano nel 2018 ha ricevuto in media 1.332 casi contro una media europea di 189,65.