Querele temerarie. Così si mette il bavaglio alla stampa. E per la legge sulla diffamazione il Parlamento fa poco

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Qualcosa si muove. Ma uno di quei grandi problemi che bloccano nel pantano questo Paese resta beatamente al suo posto. Tutti sappiamo della corruzione che dilaga e del senso di impunità che favorisce ogni genere di abuso, tanto nel pubblico quanto nel privato. Contro tutti questi mali c’è la legge ma ancor prima dovrebbe funzionare l’informazione. Il faro della pubblica opinione che squarcia l’ombra di cui ha bisogno il malaffare. Non a caso la stampa è definita il cane da guardia della democrazia. Questo cane però in Italia è addormentato. O perlomeno ben tenuto al guinzaglio. Le inchieste giornalistiche infatti sono diventate impossibili. E questo non è un caso.

MUSERUOLA AI GIORNALI
Senza sottovalutare il diritto di chiunque di non essere diffamato, basta infatti che un giornalista eserciti il più legittimo diritto di critica per scatenare una querela con annessa richiesta di risarcimenti milionari. Mentre la crsi morde i bilanci delle società editrici, le cause temerarie sono diventate una prassi e le spese legali una voce problematica per la sopravvivenza delle stesse testate. A maggior ragione se si tratta di realtà indipendenti, senza grandi gruppi industriali o finanziari alle spalle. Questo giornale, per fare l’esempio che ci viene più facile, si è preso una querela con richiesta di 150mila euro di presunti danni per aver raccontato cosa fatturano i Centri di assistenza fiscale della Cgil. Il segretario Camusso, che ha firmato il mandato ai suoi legali, sarà rimasta non poco male quando alcuni mesi dopo il leader della Fiom Landini all’ultimo congresso a Rimini, ha letto all’assemblea gli stessi numeri chiedendo tra gli applausi più trasparenza al suo stesso sindacato. Per difenderci dalla richiesta economica della Camusso – che nel caso di una improbabilissima vittoria ci farebbe chiudere, mandando sulla strada tutti i nostri giornalisti – La Notizia ha però dovuto pagare avvocati e spese legali. E non è l’unico caso. Così alla fine, anche quando viene riconosciuta l’esattezza dell’informazione, la continenza degli articoli e l’interesse pubblico degli argomenti trattati, le spese legali comunque si pagano. E dunque chi querela – spesso società con fatturati di milioni di euro – ha ottenuto comunque il suo scopo, visto che spendere 5 o 10mila euro in avvocati per certi gruppi è un’inezia mentre per un giornalista che magari guadagna poche migliaia di euro l’anno far fronte a tali importi è proibitivo.

LA NOVITÀ
Qualcosa, dicevamo. però si muove. E quel qualcosa è la sentenza del 28 febbraio scorso firmata dal giudice del Tribunale Civile di Milano Anna Cattaneo nella causa sul poligono di Salto di Quirra. In questo procedimento, nel quale il Gruppo internazionale Sgs chiedeva 500mila euro di presunti danni al giornalista dell’Unione Sarda Paolo Carta, il giudice ha prosciolto il querelato dall’accusa di diffamazione a mezzo stampa riconoscendone l’assoluta correttezza dell’operato e ha contestualmente condannato il ricorrente a versare un indennizzo di 18mila euro. Per calcolare questo indennizzo il giudice ha applicato il terzo comma dell’articolo 96 del codice di procedura civile, un codicillo dormiente fin dal 2009, che fissa l’importo nel doppio delle spese legali sostenute dal convenuto. Una goccia nell’oceano.

Legge sulla diffamazione, il Parlamento fa troppo poco

di Carola Olmi

camera-dei-deputatiLe intercettazioni di Berlusconi nel processo di Bari sulle cene eleganti, ricicciate fuori a mesi di distanza dallo scandalo, hanno riacceso un faro su una normativa che fa acqua da tutte le parti. Nessuno può negare che ascoltare le telefonate è uno degli strumenti più importanti nelle indagini della magistratura, ma l’abuso e soprattutto una certa diffusione a orologeria sono diventate una prassi. Governo e Parlamento stanno normando la materia oscillando tra una deriva liberista e l’autocensura. È il caso della legge sul falso in bilancio, dove la possibilità di intercettare viene espressamente esclusa.

LEGGE FRAGILE
Perno della riforma è però la nuova legge sulla diffamazione in discussione alla Camera, che il segretario del sindacato unitario dei giornalisti, Raffaele Lorusso “sarebbe una buona notizia se il testo complessivo non fosse una sorta di cavallo di Troia”. Il segretario della Fnsi fa infatti rilevare che da una parte si sta cancellando il carcere per i giornalisti (chi non ricorda il caso Sallusti?) ma poi si scopre che non viene affrontato il problema delle querele temerarie, quando la Corte Europea dei diritti dell’uomo impone che chi avvia un’azione temeraria ne deve pagare le conseguenze, vedendosi applicare una sanzione che deve essere proporzionale al risarcimento danni richiesto.

EUROPA IGNORATA
Per Lorusso la legge sulla diffamazione deve avanzare su un binario diverso rispetto alla norma sulle intercettazioni. Il giornalismo, quello soprattutto d’inchiesta, è però abbandonato a se stesso. Altra “emergenza” che resta ai margini e che però costituisce una minaccia su giornali e giornalisti di tutte le dimensioni è la mancanza di certezza sulla competenza territoriale giudiziaria quando sul banco degli imputati devono salire i giornalisti dei giornali online. Mentre per la carta stampata continuano a valere le vecchie norme sul luogo di stampa, nel caso dell’online viene indicata la residenza del querelante con grave violazione della Costituzione. “Se l’Unione Europea c’è – ha detto Lorusso – c’è sempre sia quando c’è lo spread, sia quando c’è la libertà di informazione”. Un invito che a parole dicono di voler cogliere in tanti e che non trova contro molti magistrati, salvo poi vedere regolarmente il Parlamento preoccupato di altre cose e i giudici condannare o rinviare a giudizio i giornalisti, gli editori e i direttori. “Se non ci saranno passi nella direzione che i giornalisti auspicano, la Fnsi andrà avanti anche con manifestazioni pubbliche”, annuncia Lorusso, avvisando che se la proposta di legge in itinere diventerà legge dello Stato, l’Italia scenderà dal 73esimo a oltre il centesimo posto nella classifica mondiale della libertà di stampa. Non certo un fiore all’occhiello”.