Troppi regali ai privati. E ora i signori dei rifiuti ricattano la Capitale. I guai della città partono da lontano. E senza strutture i costi decollano

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Se un incendio è un indizio e due indizi sono una coincidenza – parafrasando Agatha Christie – seicento incendi non sono una prova quanto direttamente la confessione di un crimine. Gli incendi di cui parliamo sono quello dell’impianto per il trattamento dei rifiuti sulla via Salaria, l’11 dicembre scorso, seguito domenica sera dal rogo della struttura simile a Rocca Cencia. Due stabilimenti sugli unici due di proprietà del Comune di Roma che vanno flambé – si accettano scommesse – non per autocombustione.

Da quando al Campidoglio c’è la Giunta guidata da Virginia Raggi l’immondizia è però un problema quasi quotidiano, oltre che per i romani, anche per i vigili del fuoco, che ad oggi registrano seicento cassonetti date alle fiamme. Un record, mentre negli impianti privati dell’ex monopolista Manlio Cerroni, giusto per fare un esempio, non si segnala mai un incidente. Prendiamo per buono che sia la sorte ad accanirsi sul pubblico e accarezzare il privato, ma il disastro in cui versa la Capitale sul piano dei rifiuti di fortuito ha ben poco. E dopo almeno un quarantennio di scelte politiche precise – altro che casualità! – la città teoricamente più importante d’Italia è palesemente sotto ricatto, con le sue istituzioni, la sindaca e una maggioranza politica Cinque Stelle con le spalle al muro: o cede o la città sarà sommersa di spazzatura, perdendo così la faccia e al prossimo giro anche le elezioni.

Ma come siamo arrivati a tanto, chi c’è dietro agli atti dolosi e come se ne può uscire? Partiamo dal principio. I rifiuti come tutti sanno sono un tesoro per chi li gestisce. Ma anche un costo considerevole per chi deve raccoglierli. Per questo i grandi Comuni dispongono di società municipali che svuotano i cassonetti e poi ne trattano il contenuto, completando quello che si definisce ciclo dei rifiuti. A Roma però non è mai andata così. La parte costosa della faccenda è stata affidata all’Ama, cioè l’azienda a carico della collettività, mentre il trattamento e lo stoccaggio è stato affare esclusivo del Cerroni, che anche grazie alla più grande discarica d’Europa, a Malagrotta, è diventato silenziosamente uno degli uomini più ricchi del Paese. Quel sistema in ogni caso non poteva andare avanti all’infinito, e dopo le reiterate pressioni e sanzioni dell’Unione europea, nel 2013 la discarica è stata chiusa. Restava da capire dove portare i rifiuti, visto che le amministrazioni che vanno da Rutelli a Marino per pagare Cerroni non hanno avuto i soldi con cui costruire altri impianti, oltre ai due finiti arrostiti a distanza di pochi mesi.

Insomma, siamo di fronte al solito film campione di incassi al botteghino nazionale, dove la trama prevede la privatizzazione dei guadagni e la socializzazione delle perdite. Un film che però dall’insediamento della Giunta Raggi non si vede più, con un prevedibile disagio da parte di chi sui rifiuti vorrebbe presumibilmente ancora lucrare.
Ovviamente in questa filiera di imprese e di interessi non c’è solo Cerroni, che ha già affrontato una serie di guai con la giustizia, ma molti soggetti in mezzo ai quali non è improbabile che l’autorità giudiziaria possa trovare un giorno la manina da cui è partita la scintilla con cui sono bruciati i due impianti comunali.

E forse anche i seicento cassonetti. Un giallo di cui Agatha Christie saprebbe già il finale, e che c’è da sperare anche la magistratura riesca a risolvere presto. Nel frattempo Roma non ha scelta, se non piegarsi o continuare a portare i rifiuti fuori regione. A meno di un colpo di reni: chiedere e ottenere fondi straordinari per nuovi impianti come quelli andati in fiamme, per aumentare l’autosufficienza e non finire mai più sotto il ricatto di poteri affaristico-criminali.