Passano i giorni, ma non accennano a diminuire le polemiche scaturite dall’attacco degli Stati Uniti al Venezuela, che ha portato alla cattura del dittatore Nicolás Maduro. Ad alimentarle, infatti, ci ha pensato per l’ennesima volta lo stesso presidente americano, Donald Trump, che, non contento di aver ottenuto un innegabile successo militare – inizialmente mascherato come un’operazione antidroga e come un intervento per liberare il popolo venezuelano – ha gettato ulteriore benzina sul fuoco affermando che, se il nuovo governo di Caracas, guidato dalla fedelissima di Maduro, Delcy Rodríguez, non asseconderà i suoi desideri, il tycoon non esiterà a colpire nuovamente il Paese sudamericano.
Una minaccia pesante che il regime, rimasto intatto e ciò a riprova di come l’operazione statunitense non sia stata affatto lanciata a difesa dei civili, non ha di certo sottovalutato. Trump, come scritto sul social Truth, ha infatti annunciato che “le autorità di transizione in Venezuela consegneranno agli Stati Uniti d’America tra i 30 e i 50 milioni di barili di petrolio di alta qualità, non soggetti a sanzioni”. “Questo petrolio”, spiega il leader di Washington, “sarà venduto al prezzo di mercato e il ricavato sarà gestito da me, in qualità di presidente degli Stati Uniti d’America, per garantire che venga utilizzato a beneficio del popolo venezuelano e degli Stati Uniti!”.
Trump detta le condizioni al Venezuela e dopo il petrolio pretende la fine dei rapporti con Cina e Russia
Difficile credere che i civili possano in qualche modo beneficiare di quanto accaduto, visto che il regime ha già lanciato, con tanto di decreto presidenziale firmato ieri, una vera e propria “caccia all’uomo” per individuare chi ha appoggiato i raid e reso possibile la cattura di Maduro. Ancora più grave è il fatto che l’operazione non sia scattata dal nulla, ma sia stata accuratamente preparata nell’arco di mesi. A lasciarlo intendere è lo stesso inquilino della Casa Bianca, che ieri ha raccontato di aver “chiesto al segretario all’Energia degli Stati Uniti, Chris Wright, di procedere immediatamente con il piano”, evidentemente pronto da tempo, per mettere le mani sul “petrolio venezuelano che verrà caricato su navi di stoccaggio americane e portato direttamente ai moli di scarico negli Usa”.
Insomma, la leader Rodríguez, messa spalle al muro, ha già accettato il primo diktat di Trump. E questo potrebbe essere soltanto il primo di una lunga serie di “richieste”, visto che il presidente americano non ha perso tempo e, stando al racconto dell’emittente ABC, ha già intimato alla leader “di cacciare e rompere ogni rapporto economico con Cina, Russia, Iran e Cuba”, in favore di una collaborazione esclusiva con gli Stati Uniti.
Il nuovo disordine mondiale
Appare chiaro che, di fronte all’aggressiva politica estera americana, come affermato in un articolo del New York Times, fra i leader europei serpeggino il “panico” e lo “sconcerto”. Tensioni che si sono aggravate ulteriormente dopo che Trump ha ribadito l’intenzione di assumere il controllo della Groenlandia, acquistando l’isola dalla Danimarca oppure intervenendo militarmente, ma che non hanno portato ad altro che a timide proteste.
Ben più energiche, invece, le posizioni espresse da Cina e Russia, che proprio in Venezuela avevano un importante alleato. Se Mosca, per bocca del portavoce di Vladimir Putin, ha parlato di un’azione “illegale”, da Pechino si è alzato un coro di proteste di inaudita forza. Come riferito dalla portavoce del ministero degli Esteri cinese, Mao Ning, il Venezuela è “uno Stato sovrano con piena e permanente sovranità sulle sue risorse naturali e sulle sue attività economiche” e le richieste Usa “violano il diritto internazionale, ledono la sovranità e minano i diritti del popolo venezuelano”.
La cooperazione “tra Cina e Venezuela è condotta tra due Stati sovrani ed è protetta dal diritto internazionale e dalle leggi pertinenti”, ha aggiunto Mao, sottolineando che “i diritti e gli interessi legittimi” di Pechino nel Paese caraibico “devono essere salvaguardati”. Ma la fedelissima di Xi Jinping, a riprova di quanto siano tesi i rapporti tra Washington e Pechino, ha poi lanciato una decisa stoccata a Trump, affermando che “l’uso sfacciato della forza da parte degli Stati Uniti contro il Venezuela e la richiesta al Paese di disporre delle sue risorse petrolifere in base al principio ‘America First’ costituiscono un tipico atto di prepotenza, violano gravemente il diritto internazionale e ledono seriamente la sovranità del Venezuela e del suo popolo”.