Prima la solita dichiarazione di Donald Trump sull’Iran “in rotta e pronto alla resa”, poi l’apertura al dialogo con Teheran e, in ultimo, il dietrofront sui negoziati di pace perché “i tempi non sono ancora maturi”. Questo è il solito teatrino del leader di Washington che, nel volgere di poche ore, è riuscito ad autosmentirsi, aumentando ulteriormente la sensazione, diffusa tra gli analisti militari e i leader occidentali, che la sua decisione di attaccare il regime degli ayatollah sia stata quantomeno avventata e sicuramente progettata in modo molto approssimativo.
Che questo conflitto regionale, perché è tutto tranne che una guerra circoscritta al solo Iran, sia lontano dalla conclusione e più complesso di quanto andava raccontando Trump, lo si capisce proprio dalle sue ultimissime dichiarazioni con cui ha chiesto al mondo, perfino alla Cina, di “aiutare” gli Stati Uniti a piegare il regime della Guida Suprema Mojtaba Khamenei.
Il gelo con l’Europa
Che il tycoon sia in confusione, molto più di quanto sia lecito pensare, appare evidente dall’appello con cui vorrebbe trascinare in guerra la Nato e quindi l’Europa. Il presidente degli Stati Uniti, in un’intervista rilasciata al Financial Times, ha detto molto chiaramente che il Patto Atlantico avrà “un futuro molto negativo” se gli alleati degli Usa “non contribuiranno a garantire l’apertura dello Stretto di Hormuz”.
Del resto questo stretto lembo di mare, da cui passa circa il 30% del petrolio mondiale, al momento è sostanzialmente interdetto perché i pasdaran minacciano di colpire le navi in transito e, complici gli attacchi di Teheran sugli impianti di estrazione e raffinazione del greggio in tutto il Medio Oriente, sta causando una vera e propria crisi energetica. Peccato che la richiesta di assistenza ai Paesi Ue, almeno per il momento, stia ottenendo quasi esclusivamente risposte negative. In prima linea a dire “no” a Trump si sono schierate la Spagna di Pedro Sánchez, la Germania di Friedrich Merz e perfino il Regno Unito di Keir Starmer.
Scontro frontale tra Usa e Nato sulla guerra in Iran
Proprio da Berlino, infatti, è arrivata una netta presa di posizione, con il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul che ha tagliato corto affermando: “Non mi sembra che la Nato abbia preso una decisione né che possa assumersi la responsabilità per lo Stretto di Hormuz. Se così fosse, gli organi della Nato se ne occuperebbero. Ma questa non è una guerra della Nato”. Duro anche Starmer che, accusato da Trump – il quale ha rivelato di aver chiesto l’invio delle navi inglesi ricevendo un netto rifiuto – ha preso le distanze dallo storico alleato spiegando che il Regno Unito “vuole vedere questa guerra finire al più presto”, con Londra che si muoverà per “difendere gli interessi nazionali”, sostenendo implicitamente che Trump stia portando avanti azioni in senso contrario, “proteggendo gli alleati ma senza entrare in una guerra a vasto raggio”.
Tensione tra Trump e Netanyahu
Ma il leader degli Usa ieri ha dato spettacolo anche sulla possibile fine della guerra, prima sostenendo di stare “parlando con l’Iran”, poi affermando il contrario e sostenendo che è ancora presto per i negoziati. Parole a cui ha risposto incredulo il ministro degli Esteri iraniano, Seyed Abbas Araghchi, che ha ribadito che “Teheran non ha mai richiesto un cessate il fuoco” e che “la fine della guerra dovrà avvenire in termini che impediscano il ripetersi di aggressioni future”.
Se fosse vero quanto riporta Araghchi, allora sarebbe il caso di chiedere a Trump con chi stia parlando. Al momento l’unica certezza è che continuano le interlocuzioni tra Washington e Tel Aviv, con il Washington Post che, in un articolo, sostiene che il presidente degli Stati Uniti “potrebbe essere vicino a dichiarare la vittoria”, malgrado non sia chiaro di quale successo stia parlando, perché Teheran non è mai stata davvero vicina a realizzare una bomba atomica, il suo sistema missilistico, pur gravemente danneggiato, è ancora operativo e, soprattutto, il regime change di cui parlava all’inizio appare tuttora lontano dal concretizzarsi.
Ma non è tutto. Il New York Times in queste ore sta dando notizia delle crescenti divergenze tra Benjamin Netanyahu e Trump riguardo agli obiettivi della guerra in Iran e ai bersagli da colpire. Israele, infatti, sarebbe seccato dall’eventuale fine dell’azione militare statunitense e ha già fatto sapere che in ogni caso andrà avanti con la guerra, con l’evidente tentativo di costringere gli Usa a continuare questo conflitto.
L’Iran non si arrende
Quel che è certo è che dopo 17 giorni, in Iran e in tutto il Medio Oriente, si continua a combattere. Israele in particolare ha lanciato una nuova ondata di attacchi “su vasta scala contro le infrastrutture del regime terroristico iraniano a Teheran”. Attacchi che, però, secondo l’agenzia stampa Tasnim hanno preso di mira anche quartieri residenziali, causando decine di morti e feriti. Secondo l’Idf la guerra procede bene, tanto che sostiene di aver distrutto il 70% dei lanciatori, ma che occorrono ancora diverse settimane per concluderla.
Di tutta risposta il sanguinario regime iraniano continua, pur con minore intensità, a colpire basi americane e infrastrutture strategiche in tutto il Medio Oriente. Particolarmente critica la situazione negli Emirati Arabi Uniti, con un drone che ha colpito l’aeroporto di Dubai causando lo stop per ore di tutti i voli, mentre un altro velivolo senza pilota ha attaccato il porto di Fujairah, spingendo le autorità a sospendere le operazioni di carico del petrolio sulle navi. Tutte ragioni per le quali si può dubitare delle affermazioni di Trump su una guerra “ormai agli sgoccioli”.